Rubini

di Luca Alessandrini

Illustrazione di Vera Taccani, liberamente ispirara al racconto “Rubini” di Luca Alessandrini.

Il villaggio era sorto sulla strada che portava alla capitale; le prime baracche le avevano costruite i cercatori di rubini. Nel corso degli anni era diventato sempre più grande, un emporio, una taverna, perfino una scuola.
Lo straniero col cavallo bolso capitò un mattino. Aveva l’aria di uno inseguito dal passato ma la sua faccia cattiva fu l’antidoto alla curiosità della gente. Comprò il vecchio fienile vicino al fiume e ne fece la casa più bella di tutte, più grande persino di quella del dottore. Il paese continuò a chiedersi perché un uomo solo avesse bisogno di tanto spazio, finché non arrivarono le prime ragazze. Magre, vestite di stracci, fame e paura che le seguivano come cani fedeli. Dicevano venissero dall’interno, che lo straniero le comprasse dalle famiglie che vivevano nelle foreste. Una del paese guadagnò tre monete d’argento per lavarle e rivestirle; alla donna piaceva l’acquavite e la sera raccontò in giro a cosa sarebbero servite. Qualcuno scosse il capo, ma la maggioranza pensò con orgoglio che quel posto stava diventando una piccola città. Avrebbero avuto anche loro delle vere puttane.

Quando arrivò era notte. Si addormentò convinta di avere sognato; i genitori che parlavano con l’uomo dagli occhi bianchi, le monete sul tavolo e il viaggio nella giungla: doveva per forza essere un incubo, quello. Guardò la casa tremando; in vita sua aveva visto solo capanne di fango, e ogni finestra pareva un occhio puntato su di lei. Lo straniero la spinse dentro, fino a uno stanzone buio. Sentì i respiri calmi tutt’intorno e ingoiò le lacrime per non far rumore, mentre si stendeva nel letto freddo.
Il giorno seguente le ragazze le spiegarono cosa avrebbe dovuto fare, da quel giorno in poi.

Ramòn aveva un mulo, e gambe e braccia scure come il cuoio di una frusta. Alla morte del padre era diventato quello che portava l’acqua; si alzava all’alba e saliva in montagna, fino alla sorgente dove sgorgava una lama di cielo terso che irrobustiva le ossa e guariva la fiacchezza dei maschi. Riempite le giare carezzava il mulo dietro le orecchie per scusarsi di quell’incomodo, poi tornava in paese a guadagnarsi il pane. Faceva quel tragitto almeno venti volte al giorno, col sole a picco o sotto la sferza della pioggia; la gente a volte gli regalava un uovo o dei frutti perché tanta fatica per una misera moneta di rame meritava la pietà di Dio e degli uomini. Ramòn allora chinava il capo e congiungeva le mani senza dir nulla. Non perché fosse troppo superbo per mostrare gli occhi lucidi o il tremore della voce. Ramòn non aveva mai detto una parola in vita sua, e nemmeno ne aveva sentite per quel che si sapeva.

Fu uno di quei giorni in cui il cielo si diverte a sparigliare le carte; biglie colossali si allineano e la scintilla rischiara qualche minuscola vita. Quel giorno era una perla d’oro zecchino tra le tante di vetro bigio che avevano vissuto fino ad allora.
Ramòn era in cortile; il mulo aveva sbuffato un poco, così s’era voltato verso la casa. Lei stava sui gradini. Guardandola non riuscì a ricordare dove avesse già visto quell’immagine. Quando lei corse in casa s’accorse di averla fissata al punto di rivelarle i propri pensieri. E se ne vergognò. Prese la strada senza nemmeno attendere di esser pagato.

Quella sera lei non riuscì a dormire. Attese che le risa e i giochi di vecchie bimbe si spegnessero per ricominciare a dipingerlo sul panno scuro del buio. Si sentiva la febbre e la coperta era un tormento. Aveva lavorato molto quel giorno e il suo corpo non riusciva a credere a quel che stava facendo. Fu una lunga lotta tra loro, la notte. L’aveva saputo fin da subito, sulla scala, che non avrebbe potuto dormire: per la prima volta da quando era lì un uomo l’aveva guardata e lei s’era vergognata. Chiuse gli occhi all’alba e fece un sogno strano; una farfalla color del rubino le si posava sulla mano e lei non riusciva a fermare le lacrime. Si svegliò piangendo, triste come un giorno senza speranze.

Ramòn ruppe il vaso di coccio dove serbava tutte le monetine. Il rame si sparse con rumore di ghiaia, il suono della sua vecchia vita che si spezzava. Le chiuse in uno straccio che legò con dita tremanti.
Lo straniero guardò Ramòn e storse la bocca. Il ragazzo puzzava di paura, di quella pazzia che fa smettere gli uomini di mangiare.
«No» disse.
Il ragazzo alzò il fagotto fino ai suoi occhi, e lo straniero pensò che lo scimmione avesse rubato un pollo o dei mango, per poter diventare uomo. Scosse la testa di nuovo, stringendo le labbra. Allora quello sciolse il fazzoletto rovesciando le monete. Lo straniero capì che la cosa si faceva ancor più pericolosa ma le prese ugualmente, perché l’avidità era in lui e infettava ogni suo pensiero.
«Un’ora» disse.
In piedi, davanti a tutte quelle femmine che lo guardavano, Ramòn pensò di svenire. Ma poi la vide, e il sangue riprese il canto iniziato dal primo sguardo con cui s’erano accarezzati. Le prese la mano; le altre mormorarono come acqua che si ritira e loro due furono soli. La vide avvicinarsi, sempre di più, finché il mondo scivolò nel mare torbido di quegli occhi. Sentì le sue labbra cercarlo, e quando le lingue diventarono serpi in amore seppe perdonare la bocca finta che odiava, che era stata la sua vergogna fino a quel momento. Fu attraverso lei che riuscì a sentire ogni sua parola, il sapore di miele e sale del suo piacere. E mentre l’onda del desiderio si frantumava in mille spasimi si sorprese a pensare che non gli sarebbe bastata la vita per farsi perdonare.

Quando vennero a dirgli che la ragazza era scappata lo straniero stava giocando a carte. Si prese il tempo di finire la mano, sapeva già il perché e il dove. Il fatto che anche gli altri avessero sentito non gli lasciava scelta: la paura era l’unico modo che aveva imparato per ottenere rispetto. Prese il fucile e sellò il cavallo bolso, senza fretta né rabbia.
La ragazza non era mai stata sulla montagna. Non credeva fosse possibile avvicinarsi tanto al cielo; da quando lui le teneva la mano era come se le brutte cose che aveva fatto non esistessero più. Il mulo portava la loro povera roba, ogni speranza era appesa alla groppa che dondolava come una vecchia barca, e lei era sicura che l’animale sentisse di avere un compito così grande. Davanti alla guglia di pietra cominciò a pregare, perché la sua gioia era talmente grande da dover chiedere scusa a qualcuno. Parlò coi filacci di nuvole perché, come quel mulo benedetto, trasportassero in alto le parole. Pregò anche per lui, con voce di uomo forte, che possiede un mulo e il coraggio di fare quel che è giusto. Tra le matasse grigie una singola scheggia di luce scese sulla pietra, facendo brillare l’incantesimo del quarzo. Allora seppe che era stata perdonata e si vergognò di nuovo della sua felicità. Fu in quel momento che lo sparo profanò il silenzio. Si volse a guardare Ramòn, il fiore orribile sul suo petto che spiegava i petali al sole come una farfalla rossa.



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