Leggimi

di Giulio Iovine

Ho tra le braccia il mio primo romanzo, come un neonato. Quello, e una borsa a tracolla di cuoio che puzza ancora di capra, un regalo degli amici per l’inizio della carriera. Dentro ho molti altri fogli tenuti insieme da graffette lunghe come artigli. Ma il romanzo l’ho tirato fuori perché, guardando all’orizzonte, ho finalmente avvistato un Lettore.
Non è facile prendere il Lettore di sorpresa. È una preda molto diffidente, se ci avvicinate con della carta scritta in mano scappa prima che possiate alzare un braccio. Anzi, occhio col braccio che se anche volevate solo salutare, il Lettore è notoriamente frettoloso a giudicare e vi avrà dato del fascista in un batter d’occhio. E allora ciao carriera. Chi vi leggerà più?
Sono appostato in mezzo a questi alberi da anni. Ci vivo e naturalmente, ci scrivo. Esco per procurarmi da mangiare e sentire cosa si dicono i Lettori in giro per le pianure, altrimenti non saprei cos’altro scrivere. Poi torno nel mio angolo di sottobosco e scrivo (ancora). Una vita monotona, dite voi? Io sono sempre sull’orlo dell’infarto. Sono un tipo emotivo. Figuratevi quando ho finalmente avvistato un Lettore che si avvicinava al fiume per bere. Sempre pensato che appostarsi vicino all’acqua avrebbe pagato alla fine. Ora nervi saldi e disinvoltura. Perché ho tirato fuori il romanzo, ora che ci penso? Pericoloso, non deve vederlo subito o sospetterà. Lo rimetto dentro la borsa, esco dal mio nascondiglio camminando e fischiettando, come se passassi di lì per caso.

Il Lettore si volta di scatto.

– Lei è stonato.

Mi fermo e faccio finta di notarlo solo ora.

– In che senso?
– Sta fischiando proprio male, è tutto calante.
– Mi scusi.

Fa spallucce e torna a bere. Io fingo di avere un’illuminazione improvvisa:

– Non me lo dica: lei è un Lettore.

Si volta di nuovo, circospetto.

– Sì, perché?
– Oh, sono così rari.
– Non me lo dica. Una brutta storia.
– Vero?
– Lei è un Lettore come me?
– Sì, ma non solo.
– Un musicista? Spero di no.
– No guardi, faccio lo Scrittore.

Sarebbe più corretto dire che lo sono, non che lo faccio; lo sono dentro di me, con ogni mia fibra, ma nessuno mi ha mai pubblicato, dunque è una questione di essere e non di mestiere. Ma il Lettore raramente sta attento ai dettagli quando legge, figurati quando ascolta.
Se ascolta.

Ma in questo caso almeno il grosso del messaggio lo ha colto, perché si avvicina di mezzo metro al fiume, mettendo gli stivali nell’acqua, pronto insomma a tuffarsi e fuggire.

– Congratulazioni. È un bellissimo mestiere, mi dice sottovoce, senza staccare lo sguardo da me, cercando di capire in che direzione mi muoverò.
– Sì. Certo, lei è un Lettore, chi se non lei può capire.
– Pochi ma buoni.
– Certo.

O lo fermo adesso, o si tuffa.

– Pensi che stavo andando dall’editore con il mio nuovo romanzo.

Questo scarica la tensione: significa ‘non sto cercando te’. Il Lettore si rilassa un poco.

– In bocca al lupo.
– Crepi, grazie. Sono un po’ teso.
– Ha già firmato?
– Macché, ancora si deve valutare, invento cercando di essere lucido. – Sa cosa? mi sentirei più tranquillo se qualcuno ci desse un’occhiata prima. L’ha letto solo l’editore. Il romanzo, dico.
– Potrebbe esserle utile, sì.

Ok, provo a sganciare il missile:

– Lei vorrebbe, magari…? Se ha tempo.
– No.
– Guardi, solo la prima pagina.
– No.
– Ma mica per altro, per avere un parere
– No.

Il Lettore, si sa, ama tantissimo leggere. Ma per un curioso controsenso del suo carattere, legge solo se ha deciso lui prima di farlo. Chiedergli di leggere qualcosa, specialmente se l’hai scritto tu, è pericolosissimo perché novanta volte su cento questo fa sì che non ti leggerà mai, nemmeno se diventerai un autore vero e pubblicato. Quando hai quattordici anni e ti avvicini alla tua coetanea con il maglione arancione alla festa del liceo, e semplicemente vi presentate, lei è gentile e ti sorride, ma nel momento in cui le chiedi, rispettosamente e discretamente, anche solo di andarvi a fare una passeggiata vedrai nei suoi occhi che preferirebbe essere bruciata viva piuttosto che farsi toccare la punta del gomito. Magari poi se vi conoscete finite per sposarvi e fare tre figli, o banalmente vi state anche solo simpatici – ma mai proporsi, mai, mai, mai. Ti trasformi da una persona ad uno scarabeo Golia. Con il Lettore è la stessa cosa.
E d’altronde, in fondo al cuore, ogni Lettore ha quattordici anni e le tette grosse. Lo sa, di essere desiderabile. Questo un po’ lo imbarazza. Non vuole sentirsi assediato.
Cado in ginocchio.

– Una sola pagina, caro Lettore. Le ho detto che sto andando dall’editore, non mi cambia niente, ma le mie insicurezze, sa come siamo noi che scriviamo, sa quanto siete importanti per noi voi che leggete. Sia gentile. Pensi a quanta serenità, quanta gioia le abbiamo regalato negli anni.

Il Lettore non risponde subito, ma riemerge dal bagnasciuga, poggiando gli stivali sull’erba della riva. Più che le mie parole, l’atto di sottomissione lo ha tranquillizzato.

– Vediamo questa pagina.

Mi chino con le mani nel prato, come a venerarlo.

– Grazie, grazie, grazie.
– Sì, va bene, ma in fretta per favore. Penso che abbiamo entrambi molto da fare.
– Ma sicuro, ma sicuro, rispondo tirando fuori le prime due o tre pagine del mio romanzo, e nel ringraziarlo ancora gliele porgo.

Le prende come fossero infette.
Sbuffa.
Fa per cominciare a leggere, e poi alla seconda riga:

– Oh! Ha sentito?
– Cosa?
– Il richiamo del cardellino. Com’è sonoro.
– Sì, bellissimo. Legga, per pietà.
– Sa che da ragazzino lo distinguevo da quello della cinciallegra?
– Non si distragga, sussurro (ma vorrei urlare).

Continua a leggere. Finisce la prima pagina, passa alla seconda, ma qualcosa lo disturba.

– Senta, non è scritto male. Però non mi sento coinvolto.
– In che senso?
– Non c’è molto di personale, qui.
– Direi proprio il contrario. L’ho scritto io, non saprei immaginarmi niente di più personale.
– Ma qui non si parla di lei. Si parla di… cosa sono, alieni?
– Anche, ma se ci fa attenzione –
– Io ho bisogno di commuovermi, quando leggo. Mi devo identificare.
– Ma ci sono tante storie nel libro, tanti personaggi.
– Non so. L’anno scorso ho letto un libro bellissimo dove uno parlava di suo figlio. Aveva il cancro. Quanto ho pianto. Lei non ha niente del genere nella borsa?
– Purtroppo non mi è ancora morto nessuno di cancro – ma se le interessa il genere, posso provare a inventare qualcosa.
– Ah no. Così mica funziona. Deve averlo vissuto. Sennò come faccio a commuovermi?
– Provi a pensare, invece di commuoversi.

Stringe le mie pagine nelle mani, quasi accartocciandole per la rabbia improvvisa, e mi fissa con l’occhio giallo, sbarrato.

– Non sarà mica uno snob, lei?
– NO!

Mi inchino faccia a terra, facendo le fusa. Le fusa lo calmano. Riprende a leggere. Sento l’odore del fango dentro le narici. Lettore mio! Quanto mi costa un grammo della tua attenzione!

– Non è scritto male, riprende – ma è così pesante certe volte. Certe frasi non le capisco proprio.
– Ma è semplicissimo, protesto sottovoce, le lacrime in gola. – Mi sono sforzato.
– Eh, bisogna che si sforzi di più. La lettura è un piacere, bisogna che arrivi facile.
– Guardi, rispondo con un groppo in gola – che è questione di esercizio, di abitudine. Adesso lei pensa che sia difficile. Legga ancora, gli dia una possibilità, arrivi alla pagina successiva. Non importa quanti anni ha, nel cervello le nascono sempre nuovi neuroni, nuovi collegamenti tra i neuroni – e quello che ora le sembra difficile, fra pochi giorni di lettura le parrà già più semplice.
– Ma a che scopo.
– Imparare, caro Lettore! Migliorare sé stessi!
– Ma perché dovrei farlo leggendo.
– Lettore, un piacere che non le costa alcuna fatica non vale niente. Mangi il cibo che ha cucinato, dorma nel letto che ha rifatto lei la mattina, e legga cose non ovvie – diventi più acuto, più esigente, più attento. Legga meglio, legga di più. La imploro. Non è solo perché voglio le sue attenzioni, io voglio anche che la sua vita diventi più stimolante – che i suoi orizzonti si espandano.

Il Lettore smette di leggere e lascia cadere le pagine, inorridito.

– Ho capito che tipo di Scrittore è lei. Lei vuole darmi un messaggio.
– No, le giuro, io
– Lei scrive a tesi
– No, non ha capito, non ho tesi specifiche, voglio solo che lei sviluppi –
– Ho già sviluppato tutto quello che dovevo e comunque sono cazzi miei come impiego il mio cervello, intellettuale da strapazzo. Tienti la tua cartaccia. Odioso snob. E magari sei anche laureato. È per colpa di gente come te che la sinistra non parla più con le masse.

Fa per andarsene, risalendo la riva erbosa del fiume. È il momento in cui non guarda più me, perché ha lo sguardo oltre il bosco, verso la pianura – è in quel momento che scatto in piedi, gli vado addosso come una locomotiva, lo sfondo di calci, gli lego le mani dietro e lo abbatto al suolo con la pancia a terra, sedendomi sulla sua schiena.

– Troppo in fretta, testa di cazzo, gli grido nell’orecchio. – Te ne vai senza avere finito di leggere, come mi avevi promesso. Ti resta ancora una pagina. Te ne ho date tre.

Il Lettore tenta di liberarsi, tappandomi le orecchie con terrificanti bestemmie. Può urlare quanto vuole, l’importante è che non si muova. Mi allungo verso le pagine che ha lasciato cadere, le raccolgo, le metto accanto a lui; gli afferro i capelli da dietro, e sollevo la sua testa come se l’avessi decapitato.

– Forza. Finisci di leggere.
– Non riefco. Il fangue mi cola fugli occhi, protesta lui, sputando con l’occasione un paio di denti.

Gli pulisco il viso con un fazzoletto.

– LEGGI.

Legge.

– Hai finito?
– Fì.
– Riassumi.

Mi riassume le prime tre pagine, tutto sommato bene, dimostrandomi che ha letto.

– Bene. E sei sempre convinto che sia pesante?
– Oneftamente, fì.
– Hai diritto alla tua opinione, come tutti. Ma io ho diritto a provare a farti cambiare idea, giusto?
– In queffa pofiffione, purtroppo fì.

Tiro fuori dalla mia borsa il romanzo. Glielo pongo davanti alla faccia, sempre tenendogli la testa in alto per i capelli, come se l’avessi decapitato cinque minuti prima.

– E allora prego, Lettore. Immergiti nel mio romanzo. Abbiamo tutto il tempo del mondo.

In silenzio, comincia a leggere. Quando grugnisce, cambio pagina. A poco a poco smette di lamentarsi e bestemmiare, preso dalla lettura. Sento da qui lo scricchiolio dei nuovi neuroni che gli nascono. Quanto sta imparando. Che cambiamento gli sto regalando, quali nuove prospettive per la sua esistenza. C’è voluto un po’ di mano ferma all’inizio, ma è come il sesso – all’inizio tu vuoi e lei no, poi la costringi e a un certo punto lei si abitua. E alla fine riconosce – lo riconoscono sempre tutti – che era a fin di bene.
Non si ha nient’altro in mente se non il vostro bene, cari Lettori.



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