Numero 60 – Aprile 2020

No man is an Island

di Antonio Panico

Sono ormai anni che Pedro Alto viene considerato uno dei migliori cantanti jazz in Europa, con qualche vincente incursione nel pop; marchette che lo hanno consacrato al grande pubblico dei festival, della radiotelevisione e della diffusione virale in rete.
Ogni volta che Pedro ha una crisi, fosse anche un dubbio acuto, viene qui, sull’isola di Minorca, a trascorrere dei periodi più o meno brevi in cui dorme, cammina, e ripensa alla sua musica, nella flemma che si respira verso la fine dell’alta stagione.
È ritornato anche ora, in questo grigio mese di novembre.
L’aria è fredda al mattino e, l’altro giorno, l’ho visto passeggiare mentre facevo la legna e preparavo il cibo per i cani. Passeggiava come se si trovasse a Lisbona, Parigi o Madrid: le tre città che costituiscono il centro della sua creatività, come disse in un’intervista concessa a una popolare emittente televisiva.
Nella stessa chiacchierata Pedro diceva che l’isola era per lui un toccasana, un luogo dove dormire bene e rimettere insieme i cocci della vita che si frantuma nella grande città; non è necessario dire quale.
Per via della mia timidezza non mi sono mai avvicinato. Ogni tanto i nostri sguardi si sono incrociati, ci siamo scambiati un saluto da montanari, poi mi nascondevo dietro la maschera dell’isolano indifferente e andavo via guardando per terra, senza più girarmi.

L’altra mattina passeggiava nell’urbanizzazione di Trefulger.
Villini più o meno abitati in questo periodo dell’anno, strade prive di marciapiedi, muri di pared seca che dividono la carreggiata dalla campagna verde, maculata dalle pietre bianche.
Lo vidi inoltrarsi verso una delle tante tappe che formano il Cammino dei Cavalli, Camí de Cavalls in catalano, e dopo circa dieci minuti lo seguii, seppure da lontano, approfittando dell’assenza di edifici che mi permetteva di vedere, anche a distanza, la sua sagoma smilza e distratta da uomo, anzi ragazzo, della grande città.
Vedevo il vento soffiare sulla testa di Pedro, su quei capelli lunghi e secchi che, nelle interviste e nei concerti, spinge nevroticamente dietro le orecchie. Si incamminava lento nella campagna odorante di sterco, ma indossava gli abiti con cui si visita un museo di arte contemporanea o si va alle jam session della domenica pomeriggio: pantaloni di velluto di colore beige e una giacca di flanella nera che cadeva larga sulle braccia e lo faceva somigliare ad uno spaventapasseri con il cuore caldo e il sangue nelle vene.
Camminavo a una distanza da lui di almeno duecento metri, che in questa terra di cavalli e nuvole sono tantissimi, e poi mi giravo a destra e a sinistra e mi domandavo che cosa stesse pensando Pedro Alto di quel paesaggio soporifero, sempre uguale a se stesso: campagna, vacche, alberi, cielo, stalle; la promessa del mare. Chissà se ha con sé il cellulare, dei soldi. Una banconota stropicciata da venti euro è un patrimonio immenso lungo questo cammino privo di commerci e vita sociale, dove gli ultimi segni di aggregazione risalgono a quattromila anni fa; una strada che in pochi percorrono a piedi, neanche per una gita del fine settimana. Forse la bella giornata di sole avrà convinto Pedro a uscire dalla sua tana, e adesso butta l’occhio nelle case disabitate, con piscine azzurre piene di acqua piovana e le finestre sbarrate di chi trascorre l’autunno nella parte giusta del mondo. Ogni tanto alza lo sguardo verso il cielo, come se stesse passeggiando per Roma o New York, come se non si fosse ancora convinto di trovarsi nel bel mezzo di questo mare azzurro che è il cielo del mediterraneo, dove le nuvole viaggiano bianche e lente e l’unico rumore è l’eco di un latrato di un cane che abbaia lontano, o il verso di un falco pescatore che ha perso la rotta nel vento delle baleari. A un certo punto si ferma, consulta un libro. Penso che debba essere una guida turistica, ma potrebbe anche trattarsi di un libro di poesie. Dopo una breve consulta – lo tiene con due mani come si fa con i tesi sacri – continua a camminare lungo il sentiero dei cavalli, salta una staccionata e, con quell’abbigliamento da cittadino cosmopolita, taglia la campagna verde e cammina ingoffito come se le scarpe che indossava gli stessero facendo perdere l’equilibrio sulle radici degli alberi.
Io continuo a testa bassa nella mia direzione, ogni tanto mi giro a destra e lo vedo che cammina nevrotico come se fosse circondato da casino e bordelli, sale da gioco e caffè dove si esibiscono i quartetti di jazz.
A calmarlo, almeno momentaneamente, è la visione di quattro cavalli neri come la pece, pura razza minorchina, che bevono acqua sporca da un abbeveratoio di cemento grezzo.

A un certo punto lo perdo di vista, ma sono certo che sia diretto verso la Cala della punta est, costa frastagliata, ricca di vegetazione, mimose e pini marittini, dentro cui il mare entra come acqua di fiume. Faccio il giro più corto allora, approfittando dei miei scarponi da trekking e della profonda conoscenza che ho del territorio, e provo ad incrociarlo nel boschetto che degrada verso il mare. Una volta arrivato vedo delle impronte sul sentiero fangoso, la luce penetra tenue nella vegetazione fitta e la terra è ancora bagnata dalle piogge dei giorni precedenti.
Non so perché lo feci, forse fu una folata di vento a darmi uno spavento, o il cielo coperto da un subitaneo passaggio di nuvole scure, ma incominciai ad urlare il suo nome come se si trovasse in una situazione di pericolo: «Pedrooooo… Pedroooooo…» Con mia grande sorpresa, alla seconda chiamata, sentii un vocione urlare dal ventre del bosco, disse: «Aiutoooooooo sono quiiiiiiiii…» Era lui, ma quando gridava non cantava, era un’altra persona. Lo chiamai ancora una volta, lui rispose, e a sentire l’eco della sua voce capii che si trovava nei pressi di una caverna, dove da piccoli andavamo a fumare hashish e marjuana.
Appena lo vidi ebbi l’istinto di ridere, ma mi trattenni. Stava per terra in posizione supina e due porcellini selvatici gli giravano intorno e lo annusavano indifferenti, come a voler riconoscere dall’odore quella strana razza di jazzista perso nelle isole baleari. Era pallido, pensai per lo spavento che dovette provare prima di sentire la mia voce, e lo rialzai con lentezza, afferrando le braccia magre, inconsistenti: mi sembrò di sollevare una cassetta di bottiglie d’acqua. Lo misi seduto su di un sasso umido, verde di muschio, scivoloso per la saliva dei porcellini. Mi disse che era inciampato nelle radici di una quercia, contro la quale puntò il dito, manco l’avesse fatto apposta. Si rialzò rapidamente, ma non resistette molto in piedi, e mi chiese come mai conoscessi il suo nome, disse: «Anche sul Cammino dei cavalli sono un personaggio pubblico.»

Non dissi nulla. Amavo Pedro Alto, e per ascoltarlo dal vivo sono andato a Mallorca e anche ad un festival sulla penisola, ma non sopportavo l’isteria e l’ego gonfiato di questi personaggi, gente che ha desiderato tutta la vita di vivere d’arte e che, quando finalmente ci riesce, si sente male perché in fondo d’arte si muore. Stanco dal suo piagnisteo da conservatorio musicale, me lo caricai sulle spalle e gli dissi di starsene tranquillo che in una ventina di minuti saremmo arrivati a casa mia, dove avevo una macchina con cui l’avrei potuto portare al pronto soccorso più vicino.
Doveva essersi slogato la caviglia.
All’inizio oppose resistenza al mio gesto, poi, quando si sentì sicuro nella mia presa, si abbandonò in silenzio e prese a respirare profondamente come se quell’attività avesse qualcosa di terapeutico. Appena termina la strada sterrata, per nostra fortuna, incontro un giardiniere che va lento, dentro una Jeep color fango. È un serbo silenzioso e simpatico, molto noto nel vicinato dato che si occupa delle case e dei giardini quando i padroni delle ville sono assenti. Il serbo mi prese in giro per il fiatone, mi fece intendere che lui, a quella piuma di Pedro Alto, l’avrebbe portato in giro per tutta l’isola sul palmo di una mano.
Poi ci fece alcune domande sulla nostra escursione, allorché Pedro disse: «Non ci pensare proprio, non siamo froci come te.»
Il serbo rise, le gote gli si fecero rosse, e disse che lui stesso ci avrebbe accompagnato direttamente all’ospedale.
Il resto del viaggio lo facemmo in silenzio. Il cielo si trasformò improvvisamente in un’autostrada di nubi pesanti e in meno di cinque minuti un temporale cadde su tutta l’isola, e forse chissà, anche la penisola.
«Agua para la tierra!», fu il commento del serbo, mentre io e Pedro restammo zitti e forse dovettimo pensare alla tragedia che avevamo evitato, al fatto che il jazz in Europa fosse salvo per mano di due bifolchi; isolani che prendono a calci in culo i maiali selvatici e girano con le taniche di benzina nel cofano della macchina.
Giunti nel parcheggio dell’ospedale tirammo fuori Pedro con qualche difficoltà, si vedeva avvilito dal dolore e si lasciava cadere l’acqua in fronte come un cristo rassegnato alla sua sorte. In ospedale lo medicarono rapidamente, poi telefonammo alla sorella che si trovava a Barcellona e che si sarebbe precipitata sull’isola con il primo volo disponibile.

Amalia Alto era come suo fratello una cantante, ma anche autrice di tante canzoni e attrice in alcuni spettacoli teatrali. Mi offrii di andarla a prendere in aeroporto ma Pedro disse che non c’era bisogno, che aveva molti amici a Minorca.
Al momento del commiato ci scambiammo un abbraccio sentito, gli confessai di essere un suo ammiratore, e lui mi disse che mai come in quel momento la fama gli fu più utile.
Ritornai verso casa con il serbo. Durante tutto il tragitto si lamentò del fatto che non ci fosse lavoro, che non sapeva più cosa inventarsi. Poi, poco prima di scendere, mi girai sul sedile dove era stato Pedro Alto e vidi che aveva lasciato quel libro che come un vangelo consultava nella campagna aperta e selvaggia.
Era una guida sul Cammino dei cavalli di Minorca. Una guida turistica che raccontava la storia dell’isola, la sua tradizione equina e tutte le tappe da percorrere in maniera sostenibile e responsabile. C’era solo una particolarità: la guida era in giapponese. E allora pensai che quella mattina, su questa fottuta isola, avevo incontrato il grande musico Pedro Alto che girava come un flaneur con una guida turistica in giapponese nella tasca del pantalone. E poi pensai che a salvarlo fui io, con l’aiuto di questo sinistro giardiniere serbo che ora mi spiega che posso rivolgermi a lui per qualsiasi problema in casa, a patto di non chiedere la fattura o voler pagare con carta di credito. Di ritorno in casa me ne stetti seduto sul divano per almeno venti minuti, ascoltai le gocce che colpivano il tetto della mia abitazione mentre pensavo a cosa avrei preparato per il pranzo. Un senso di profonda tristezza mi strinse lo stomaco, come se quella storia avesse avuto qualcosa di grottesco o terribile da insegnarmi.
Mi passò la fame, una cosa che non mi capita mai, e dopo aver preparato il camino mi rimisi a leggere quella guida che Pedro Alto aveva lasciato sul tappettino dell’abitacolo. Leggevo della dominazione catalana dell’isola, delle tradizioni e delle feste religiose, e lo facevo in giapponese, manco fossi un Pedro Alto qualunque.
Guardavo il fuoco che brillava fiero dietro la porticina del camino di ferro. Stetti lì impalato per almeno un’ora, fino a che non trovai il coraggio di buttare quella guida tra le fiamme e dissolvere nel fuoco quell’ineffabile inquietudine.



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