Numero 58 – Gennaio 2020

L’acqua e la roccia

Di Sonia Barsanti

 

Credo di essere per metà mare e per metà montagna, perché è nell’uno e nell’altra che affondano le mie radici. Mamma, spirito di salmastro e d’onde versiliesi, mi ha lasciato in dono lo sciabordio sensuale ed eterno del mare. Un mare che al tramonto si tinge d’arancio poco prima di accogliere la sfera incandescente e silenziosa. Un mare che amo particolarmente in inverno, forse perché mi è precluso farne parte: sfioro appena con la mano un’onda gelida, facendo attenzione a non bagnarmi i piedi, mentre sprofondo nella sabbia impregnata di un’acqua che va e che ritorna, abbandonando ora un’alga verdognola, ora qualche guscio infranto di conchiglia. Il fascino della distesa che si perde allo sguardo, oltre i pensieri, oltre i miei limiti, ha qualcosa di profondamente disarmante su di me. Non è solo un ambiente, né un luogo caro. È una sorta di benedizione, uno stato privilegiato di benessere mentale, spirituale che non baratterei con altro.

Mi è capitato – e certamente riaccadrà in futuro – di dovermi allontanare dalla mia città solleticata dal mare. Ho visitato angoli di mondo che mi hanno commossa, emozionata, turbata per la loro vicinanza a quell’idea che possiedo di casa, di habitat naturale in cui accoccolare l’esistenza e lasciare che le radici ne traggano nutrimento. Eppure qualsiasi voce aveva qualcosa di alieno, ben al di là di qualsiasi apparenza.

Sarà che Viareggio, la città che mi ha visto nascere e diventare grande, mi ha plasmato in modo indelebile e mi lega perennemente a sé con i suoi odori, le sue sfumature di tinte di cielo tra i tetti, con l’aggrovigliato intreccio di rumori del centro e le sue tradizioni senza tempo. Persino con i suoi innumerevoli difetti, quei tratti distintivi che le appartengono e la caratterizzano, rendendola unica tra tanti luoghi. Il suo caotico e ingordo dondolare tra quel sereno e spensierato far niente e quell’orgoglioso brusio mattutino di chi è avvezzo a rimboccarsi le maniche per sbarcare il lunario. Tra le reti dei pescatori ci sono secoli di storia e fatica; l’odore di vernici d’imbarcazioni nuove si spande nella Darsena come un sussurro acre di orgoglio e vanto. Volti contraddittori, ma di un’autenticità spavalda, della stessa città che si denuda senza vergogna ma che s’imbroncia se offesa senza ritegno, e non perdona.

Sarà che il richiamo del mare è la voce perpetua nascosta nel mio intimo, come una promessa che ha lo stesso sapore del ritorno, del perdono, della quiete dolce di chi ha trovato un riparo nelle turbolenze. Voce di madre antica che chiama perché è pronta la cena, che prega per tempi migliori e nel blu delle notti insonni soffoca i singhiozzi dentro un fazzoletto. Voce di chi canta il Carnevale, lieta spensieratezza di cuore colmo di coriandoli.

Sarà che nel caos e nella precarietà dei labirinti reali, e di quelli ancor più contorti della mia mente, la certezza chiara e lucente di appartenere a questo frammento di mondo è una conquista che lenisce e rinfranca l’animo. Questa è la mia casa.

L’altra metà delle mie radici affonda lontano da queste acque salate che tanto di me e della mia storia conoscono. C’è un luogo remoto, come sospeso in un passato che non ha saputo restare al passo con i mutamenti, oppure ha scelto di proposito di non farsi trasformare. È un borgo silente che si sgretola poco a poco nel cuore della Garfagnana, un paese ormai quasi del tutto abbandonato dai suoi abitanti; qui c’è la storia di mio padre, che in parte fluisce in me e mi rende ciò che sono, acqua e roccia, una creatura in bilico tra due mondi che si amalgamano e si completano pur nelle diversità.

Esiste in me la vaghezza di un sogno, l’incanto di un miraggio appannato partorito dalla spiaggia granulosa, bollente sotto il sole di luglio e avvolta dal salmastro biancastro che resta sulle labbra. Esiste anche la fermezza, l’integrità tipica delle rocce mute, ricoperte di muschio selvatico nei rigidi inverni di montagna dove l’unica consolazione sembra riposare in fondo al fuoco intenso dei camini, nell’odore buono delle caldarroste bruciacchiate, e nel rimbombare cupo di un tuono che rotola giù a valle, fugge altrove, distante dal bosco che si stringe un po’ più forte al fianco del monte avvolto nella nebbia.

Parte della mia infanzia è trascorsa là e ha il colore delle foglie di castagno al cadere dei primi ricci pungenti. Ricordo la meraviglia nel trovare un fungo, un’impronta di volpe sul sentiero, un aculeo d’istrice lungo il cammino, il rudere di un antico mulino. E quel cercare di sfiorare la coda delle libellule che si posavano sul pelo dell’acqua del torrente, muovendo le ali in modo convulso ma elegante, è per me emblema ancora oggi della ricerca di una gioia personale, domestica; è una storia che ritorna sui propri passi, una corsa del cuore verso qualcosa che attrae, splendente, per poi svanire in un dolce rimpianto; è uno scivolare via dalle mani troppo rapido perché possa lasciare gli occhi sazi, un presente che si tramuta in principio di memoria e lascia addosso un nuovo desiderio, un’altra meta da raggiungere.

Ciò che sono è ciò che porto con me, ciò che scelgo di conservare ogni giorno perché possa rendere fertile il mio avvenire.

I luoghi del mio essere, il mare e la montagna, sono la linfa invisibile che attraversa il mio albero genealogico, mi avvicina alla storia di chi vi ha vissuto prima di me e mi permette di sentirmi presente a me stessa, vincolata a una casa che avrà sempre per pavimento la sabbia chiara del mio amato litorale e per tetto il cielo terso trafitto dai profili delle vette a me più care.



freccia sinistra freccia


Share