Numero 56 – Ottobre/Novembre 2019

Il negoziante

di Fiore

 

Esco dal portone, svolto a sinistra, poi a destra, proseguo dritto. Tre strade si biforcano davanti a me: quella sulla destra è la parallela della traversa delle altre due. Scelgo quella centrale, la più veloce. Saluto la traversa e proseguo dritto, poi la prima a destra. Sono in Viale Giannotti, forse c’è n’è uno anche nella tua città. Bene, andiamo avanti. Sono alla scuola elementare, è vuota e a quest’ora e con questo freddo ha un’aria cupa, tanto che desidero superarla in fretta. Arrivo alla gelateria che fa anche lo yogurt, quello dove puoi metterci qualsiasi cosa sopra purché sminuzzata in granellini; qualcuno dice che qui fanno il gelato più buono del quartiere, più buono anche di quello che si trova dall’altra parte, alla fine di Viale Giannotti, dove la strada si trasforma in Viale Europa. Lì però ti danno una montagna di gelato. O almeno così mi hanno detto. Ho superato anche la gelateria, tanto, io, il gelato non lo mangio neanche in estate. Manca poco per arrivare al mio sogno dello shopping cheap, dove ogni cosa costa meno della prima cosa che ti viene in mente, che costa poco come la cosa che costa meno di tutte le altre, ma è bella più della più cara. Passate rosse con le facce di Babbo Natale, candele a forma di hamburger o di ciambella, portachiavi con il sedere del David… tazze di plastica, vassoini di plastica, posate di plastica, ma non quelle usa e getta, quelle belle, di plastica grossa e colorate. Braccialetti di plastica, collane di plastica, portafoto, portamonete, portagioie, portatovaglioli, e calamite di ogni genere, tanto che con pochi euro puoi dire di avere viaggiato mezzo mondo. Ma la punta di diamante sono gli oggetti che la moglie del proprietario porta dal suo paese di origine. Si passa dalle borse alle collane, dalle cinture, ai pendenti, tutto handmade. I pezzi sono pochi e cambiano spesso, ma lui no, lui, il proprietario, è sempre lì, sempre gentile; anche se giro mezz’ora per il negozio guardando tutti quegli oggetti che brillano dietro la vetrina e sui vari ripiani, sorridendo come una scema per quel cappello con gli occhi azzurri che è forse il pezzo più caro del negozio, ma poi vado alla cassa con un elastichino rosa shocking da cinquanta centesimi che so già perso. Il proprietario lo prende con cura dalle mie mani e lo alloggia in un micro-sacchettino a cuoricini; provo anche a tirare il prezzo a quaranta centesimi, quelli che ho nel portamonete di plastica comprato qui, che tanto torno e la prossima volta compro di tutto…
Sto già pregustando il momento, mancano pochi passi, intravedo la scritta luminosa del negozio accanto, ecco, ci sono quasi… No! No! No! È chiuso. Non è possibile! Non c’è neanche un biglietto sopra la saracinesca tirata giù, grigia come il mio umore alla sua vista.
L’orario è giusto, il giorno è giusto, non dovrebbe essere chiuso, ma potrebbe avere avuto un contrattempo, una qualche difficoltà ad aprire il negozio solo per oggi, mi dico. Non posso rimanere con questo dubbio, così entro nella bottega accanto. C’è un ragazzo già vecchio dietro al bancone: lo saluto e gli chiedo se è a conoscenza del motivo per cui il suo collega a fianco sia così spento. Il giovane appare stranito, quando capisce mi dice quasi ridendo che il negozio è così da una settimana: ha chiuso. “Proprio chiuso?” Chiedo. Si, proprio chiuso, chiuso chiuso, finito, oscurato, sparito, partito, finish, the end, fine. Punto. Mi guarda gentile ed io vorrei strozzarlo. Sorrido e lo ringrazio. Esco dal negozio, ritorno sul marciapiede a contemplare la saracinesca abbassata. Non ho potuto salutare il caro proprietario, amico di regali inutili, estimatore dell’eccentrico e del centesimo.
Me ne vado ignorando le insegne luminose degli altri negozi che cercano invano di richiamare la mia attenzione ormai persa nel remoto limbo delle domande senza risposta. Dove vanno le persone che spariscono?



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