Numero 55 – Settembre 2019

L’amico di famiglia

di Tiziana Di Iorio

 

Gli amici di famiglia sono persone rassicuranti, vengono a trovarti e ti portano dolci buoni e caramelle succose. Ti accarezzano i capelli e non fanno che ripeterti quanto velocemente tu stia crescendo, che diventi ogni giorno più bella ed è una gioia guardarti.
Lui viene spesso a trovare sua nonna, quando esce dal lavoro e si ferma a bere una birra nel bel giardino verde, dove nelle sere estive si respira un venticello leggero, che spazza via l’afa e la calura della giornata, ormai alla fine.
Si siedono sulle sdraio, il tavolino accanto, con il succo di frutta per lei e la birra per lui. E’ alto e biondo e quando arriva lei è contenta. Qualcuno le dedica tante attenzioni, si interessa a lei, le chiede come sia andata la giornata e le racconta la sua. Le parla dei suoi fratelli e del suo lavoro. Fa il muratore e ha mani bianche e grandi.
La nonna è affaccendata in cucina, tra pentole e padelle, a preparare pasti abbondanti. Il cibo è una questione importante nella sua famiglia, bisogna mangiare sempre, tanto e solo cose sane. Le caramelle sono un’eccezione consentita solo all’amico di famiglia. Niente bibite gassate, solo spremute di arancia, uovo sbattuto per colazione e succhi di frutta a merenda.
Un’altra faccenda fondamentale è prendere una bella e sana abbronzatura. Perché se prendi tanto sole in estate, durante l’inverno ti ammalerai di meno. E lei si ammala tanto, certe febbri che durano una settimana, gola infiammata e dolorante, guance bollenti.
Inoltre fa certi incubi la notte! Mostri deformi, che si muovono al rallentatore nella sua testa stanca. Non hanno quasi mai voci, ma solo volti dai contorni confusi. Non le fanno paura i loro visi, ma i loro gesti. Braccia lunghe e mani enormi, che si muovono senza motivo, né direzione. Sembra sempre che siano lì per ghermirla, ma in realtà non accade mai. Le girano intorno, minacciosi, coi loro sorrisi sardonici. E il panico è tanto. Quando avverti un pericolo, lo vedi, ma non sai che cosa accadrà, non riesci a capire le intenzioni del nemico, sai solo di non essere al sicuro. Nei suoi ricordi questi incubi durano un’eternità, è convinta durino tutta la notte. Anche se non è possibile che un sogno duri una notte intera. Neanche se è un incubo. Ma a lei sembra così. E tutte le sere, quando ha la febbre, è terrorizzata non solo dalla paura di restare sveglia, di dover attendere ore infinite prima che torni la luce, ma anche di addormentarsi, perché i mostri arrivano con una precisione incontrovertibile, non c’è notte febbricitante che le risparmi il terrore.
Dunque, bisogna prendere il sole, farsi venire la pelle dorata e immunizzarsi per il lungo e freddo inverno. Ma non la portano al mare. No. La fanno rosolare per benino sul terrazzo della villetta. Dove non c’è neanche un rubinetto al quale attaccare un tubo per l’acqua e rinfrescare il pavimento rovente. C’è solo il telo sul quale si deve sdraiare e la sedia dove la nonna, martire volontaria, siede, vestita, con solo un fazzoletto bagnato in testa ad impedire che prenda una bella insolazione e stramazzi a terra.
Forse la nonna ha anche un orologio, con cui scandisce il tempo di cottura. Dieci minuti schiena a terra e dieci minuti pancia sotto. Minuti che, via via che passano i giorni e la sua pelle si colora, aumentano fino ad arrivare a trenta. Trenta minuti a rosolare viso e pancia, trenta minuti a rosolare schiena e fondoschiena. Gambe comprese, davanti e dietro, gambe che devono essere ben distese, immobili, per non lasciare angoli di pelle nascosti ai raggi caldi del sole.

L’amico di famiglia arriva tutte le sere e forse la trova sempre più bella anche per via di tutto quel sole che prende sul terrazzo. Lei si affeziona a lui sempre di più, si sente anche un po’ speciale per tutte quelle attenzioni e il sorriso grande che illumina il viso di lui quando scende dal camion e la bacia su entrambe le guance.
A volte la fa sedere sulle sue gambe. Beh, a volte sulle gambe, altre un po’ più su. Diciamo all’altezza del punto vita. Di lui. In quei momenti lì lei si sente meno al sicuro, non è molto a suo agio. Ma di solito resta seduta. Non è tipo da divincolarsi e fuggire. Lei è calma, affettuosa, un po’ timida e bramosa di carezze. Ma quando lui la fa sedere in quel modo lì, non le fa più le carezze. Solo si agita un po’, mentre la guarda fisso negli occhi, con lo sguardo appannato. Sotto alle sue piccole natiche di bambina, lei avverte un movimento strano, insolito e sconosciuto. Qualcosa, ma non sa cosa, sembra muoversi, facendo sentire un rigonfiamento ambiguo laddove prima era tutto spianato. Lei continua a guardarlo, perplessa, qualche volta prova ad alzarsi, perché è proprio strana quell’atmosfera rarefatta che si crea, il bacino di lui che si solleva ritmicamente, lentamente e lei non capisce cosa significhi. Quindi prova ad allontanarsi con una scusa, che però non le esce tanto credibile e le mani di lui la trattengono.

Gli amici di famiglia sono persone stimate, a cui tutti vogliono bene. Come gli zii. Presenze costanti, gioiose e affettuose. E tu sei al sicuro quando sei con loro, anche quando accadono cose insolite che ti fanno sentire uno strano malessere, al quale non riesci a dare un nome, un’ansia ti assale, ma non la sai identificare. Non è come quando hai paura di andare in un posto nuovo e sai che incontrerai persone sconosciute. L’amico di famiglia lo conosci bene, anche tuo zio lo conosci bene e lo ami. Quindi perché non rispondere alle sue chiamate? Perché non dovresti corrergli incontro quando ti chiama dall’altra stanza della casa e ti afferra il viso per baciarti? Certo che strani quei baci, umidi e caldi, troppo vicino alla bocca.
E poi le sue braccia ti stringono un po’ più del solito, non riesci bene ad allontanare la tua bocca dalla sua, ma non ti piacciono quei baci. Sono troppo bagnati e troppo caldi. E inoltre non ti piace essere stretta e non riuscire a divincolarti.
Però puoi smettere di andare quando chiama.
Puoi allontanarti quando lui è nella tua stessa stanza, prima che tu rimanga da sola. Puoi evitare di essere intercettata quando lui è nei paraggi. Certo è un gioco un po’ ambiguo, che fai come una preda che sfugge al cacciatore, ma sa anche che, prima o poi,  lui la prenderà, perché è più grande, è più forte e poi le vuole bene. Lui non può stare senza di lei, ha bisogno del suo affetto, della sua presenza, dei suoi baci, del suo corpicino snello tra le braccia. Soffre per i suoi rifiuti. E lei non vuole far soffrire nessuno. Il suo scopo quotidiano è quello di essere una brava bambina, che non crei troppi problemi, che quelli, suo malgrado, arrivano già da soli e lei, invece, vuole che tutti la amino e la trovino simpatica.
E un pomeriggio d’estate, di quelli afosi, quando l’aria è immobile e irrespirabile e anche il pavimento di marmo emana calore, lei è sdraiata sul lettone per il solito, coatto riposino. C’è anche lui. La casa è silenziosa, tutti provano ad affrontare l’afa estiva riposando nelle stanze in penombra. Le voci dei bambini in casa tacciono, le mamme approfittano del momento di pace per riposare o fare chissà cosa, magari lavare l’ultimo piatto del pranzo appena consumato o l’ennesimo vestitino di uno di loro. Insomma, tutti sembrano, magicamente, spariti nel nulla.
Lo zio le si avvicina, le bacia il collo, ancora quei baci umidi e caldi e armeggia con i suoi slip e con le sue mutandine. La abbraccia e la tiene stretta, uno di quegli abbracci affettuosi, che dovrebbero farti sentire amata, protetta. Lei è immobile e trattiene il respiro. Prova a schermirsi, a divincolarsi, ma senza averne troppa forza. Lo fa timidamente, con il cuore che batte forte, la confusione in testa che le annebbia le idee, ma neanche tanto. Sta succedendo qualcosa di anomalo, ma cosa? Lui non smette di parlarle, di raccontarle quanto sarà bello, mentre il suo coso roseo e moscio giace nelle sue mani, mani che prova con insistenza ad infilare nelle sue mutandine. Vuole che lei glielo baci, posi le sue piccole labbra di bambina proprio lì. Perché ne ha bisogno, lo desidera tanto. Così le sussurra.

Poi finalmente il tempo del riposino è finito, lei può uscire dalla stanza calda e con le serrande abbassate.
Fuori dalla porta l’accoglie la luce un po’ più forte del corridoio.
E’ stordita. Se fosse un’adulta, potrebbe paragonare il suo stordimento attuale a quello di una sbronza micidiale, quando ti fa male pure la nuca, le idee sono confuse e ti svegli in un letto sconosciuto, senza ricordare come ci sei finita.
E’ confusa. Come quando ti ritrovi in una piazza deserta e non sai che direzione prendere, ma soprattutto non sai neanche in quale città ti trovi.
E’ sola e preoccupata, perché non può raccontare a nessuno cosa le è successo, anche se non è andata come ad altre bambine, più sfortunate di lei, minacciate di essere uccise se avessero parlato.
Le giornate riprendono a scorrere, tra una seduta di abbronzatura e un pasto sano, tra i compiti per le vacanze e le passeggiate solitarie intorno all’isolato di casa, la spesa al supermercato e la solitudine.
Cosa è successo in quel pomeriggio caldo e soffocante?
Nulla.
Non pensa.
Se non ci pensa, non è accaduto.
Se non è accaduto nulla, tutto può continuare come prima.



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