Numero 54 – Luglio/Agosto 2019

Oggi

 di Lea Barletti

Perché Oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare.
(I. Bachman “Malina”)

Oggi, come ogni giorno, alle 6.45 ha suonato la sveglia. Oggi, come ogni giorno, sono rimasta nel letto fino alle 6.50. Metto appositamente la sveglia cinque minuti in anticipo rispetto all’ora in cui dovrei alzarmi. È una radiosveglia ed è sintonizzata su un canale che trasmette musica classica. Per anni è stata regolata sulle 6.40, e così io potevo restare dieci minuti nel letto prima di alzarmi. Da qualche tempo però, evidentemente per un cambio nel palinsesto, proprio a quell’ora il conduttore del programma ha cominciato a parlare. Tutte le mattine, puntualmente. Non c’è niente di peggio che essere svegliati dalla voce bene intenzionata e piena di positiva energia di un conduttore radiofonico, quale che sia l’argomento, fosse anche la biografia del compositore del concerto in procinto di essere trasmesso. Così adesso sono stata costretta a ridurre il mio tempo di permanenza nel letto dopo la sveglia, da dieci a cinque minuti, regolando l’allarme sulle 6.45, quando il conduttore ha finito di parlare ed è già ripartita la programmazione musicale. Non sono molti, cinque minuti, ma sono meglio di niente: senza quei cinque minuti non sarei in grado di dare inizio a nulla che possa anche solo lontanamente assomigliare ad una giornata. Senza quei cinque minuti per me non potrebbe esistere alcun Oggi: sono quei cinque minuti che mi traghettano da Ieri a Oggi, e che rendono possibile la mia coscienza del passare del tempo, compiendo il miracolo del perpetuarsi della vita in un nuovo giorno: nonostante ieri, è di nuovo oggi. Il miracolo ora si compie in un tempo dimezzato, ma si compie lo stesso. Ciononostante a volte penso che il cambio nel palinsesto radiofonico mi ha privato di cinque minuti su dieci in cui, seppure sveglia, non ero ancora responsabile di nulla, nemmeno della mia esistenza. Cinque minuti su dieci di preziosa irresponsabilità sono andati perduti. Ma c’è poco da fare, visto che più tardi delle 6.50 non posso alzarmi. Di cambiare stazione radiofonica non se ne parla: ci ho provato, ed è stato un disastro. Il mio stato di cosciente irresponsabilità non tollera altro che musica classica. Qualsiasi altro tipo di musica, notiziari, previsioni del tempo e simili sono da escludere, per non parlare della pubblicità, o, peggio ancora, appunto, di chiacchiere inzuppate di radiofonico buonumore mattutino. E dunque oggi alle 6.50 ho spento la sveglia, sulle note, almeno così credo, del concerto n. 3 per pianoforte e orchestra di Beethoven e mi sono alzata dal letto. Ho riacceso il telefono che di notte tengo in modalità aereo, e ho indossato il vecchio maglione di lana verde bosco che uso come vestaglia. Per una vestaglia vera e propria e per la resa che comporta, non mi sento ancora pronta. Io, se mi alzo, è per vivere, altrimenti tanto varrebbe restare a letto, e non ufficializzarlo proprio, quest’oggi. Poiché mi alzo, io do all’oggi il diritto di pretendere qualcosa da me. E oggi, ci sono un sacco di cose da fare. Oggi, come ogni giorno esclusi sabato e domenica, devo svegliare i bambini e preparare loro la colazione. Oggi non devono assolutamente arrivare in ritardo a scuola, come invece è successo ieri. Oggi entro in camera del più piccolo, mi chino sul suo viso addormentato: tesoro svegliati, è ora di alzarsi, gli sussurro vicino all’orecchio, accarezzandogli i capelli. Oggi, come ieri, lui si gira dall’altra parte, sospirando, e oggi mi sento, come sempre, terribilmente colpevole: aver messo al mondo dei figli per consegnarli senza fiatare ad una condanna ad anni ed anni di obbligo scolastico: non riesco a farmene una ragione. Perdonami, figlio, perdonami perché non mi oppongo a questa legge che fa dell’infanzia un sequestro di persona, che vi ruba il tempo, il vostro tempo, che è l’unica cosa con cui tutti si viene al mondo, e ve lo restituisce impacchettato in otto ore di noia e poco altro. Perdona il mio essere complice omertosa di questa rapina che si compie, oggi dopo oggi, ai danni della tua vita, vorrei dire. È ora, tesoro, forza, sveglia, muoviti, altrimenti fai tardi a scuola, dico invece. Oggi, poi, entro nella seconda camera, quella del figlio più grande, Buongiorno amore, è ora di alzarsi. Sì, buongiorno mamma. Oggi scendo in cucina. Il padre nel frattempo è sceso anche lui, anche oggi, e sta preparando la spremuta d’arancia. Non parliamo molto, al mattino, non ce n’è bisogno, ognuno ha i suoi compiti: io apparecchio e preparo il caffè. Oggi è ancora buio. Non è diverso da ieri, eppure io lo so che è oggi. Tutti, in questa casa, lo sappiamo: tutti ci siamo ormai arresi al fatto che è oggi e che abbiamo delle cose da fare, dei doveri cui assolvere, anche i bambini: li sento, in bagno, che si lavano, sento l’acqua scorrere, sento il rumore dello sciacquone. Fuori, nel buio, le finestre illuminate delle case di fronte: anche lì, anche oggi, anche gli abitanti di quelle case, anche loro, si sono arresi. Apparecchio la tavola seguendo delle regole tutte mie, un bisogno di simmetria ed equità che esprimo in maniera lievemente autistica in questo tipo di cose, in pratica in quasi tutte le attività che hanno a che fare con la distribuzione e la divisione. Per esempio, le tazze di chi beve il caffè, in questo caso io e il padre, devono essere uguali, altrimenti risulta difficile regolarsi sulla giusta quantità di caffè da versare in ciascuna delle due. E così la spremuta di arance, tutti ne devono avere la stessa quantità, o perlomeno i due bambini. Se proprio qualcuno può averne di meno, quella sono io. Ma oggi il padre ha riempito i bicchieri in maniera piuttosto equa, e questo mi tranquillizza. La tazza sbeccata di solito la prendo io, ma dopo un certo numero di mattine che è toccata a me, oggi può anche toccare al padre, mi dico senza sentirmi per questo troppo in colpa. Di fatto, mi costa una certa fatica emotiva, l’equa distribuzione: ho sempre paura di commettere un’ingiustizia. Per questo stesso motivo, ho allattato al seno entrambi i figli per un anno e mezzo: il primo, perché è andata così, il secondo, per salomonico senso di giustizia. Quando preparo una torta, la parte che mi piace di più è però anche quella in cui impiego più tempo, ovvero la decorazione: niente riesce a turbare il mio sensibilissimo senso per la simmetria e l’equità quanto dei cioccolatini o delle ciliegie sciroppate distribuite in modo approssimativo, a distanze non regolari, o, peggio ancora, in caso di un’alternanza, per esempio: cioccolatino-ciliegia-cioccolatino, quando, per un errore di calcolo, alla chiusura del cerchio, lungo la circonferenza della torta si vengono a trovare due ciliegie o due cioccolatini uno accanto all’altro, rompendo il ritmo della composizione alternata e sbilanciandolo verso una casualità che però non riesce ad apparire del tutto casuale, generando quindi inevitabilmente la domanda: perché in quel punto e solo in quello ci sono due ciliegine una accanto all’altra invece che una ciliegina e un cioccolatino? Ha un qualche significato? E a chi toccherà il pezzo con due ciliegine? A quel punto sono capace di ricominciare da capo, riducendo la distanza tra i cioccolatini e le ciliegie in modo da guadagnare lo spazio sufficiente ad inserire una ciliegia tra i due cioccolatini, o un cioccolatino tra le due ciliegie. Oggi però tutto sembra scorrere liscio, in tal senso. Ho trovato persino due cucchiai puliti più o meno uguali per i due figli: la foggia è diversa, ma la capienza è la stessa, ed è questo quello che conta. I cucchiai servono per i fiocchi d’avena. Oggi, mentre verso il caffè nelle due tazze per me e per il padre facendo attenzione a che le dosi siano se non proprio uguali, almeno ragionevolmente simili, il cielo ad est comincia a schiarirsi. Spalmo il burro e la marmellata sui panini per la scuola. Oggi i panini che il padre ha appena preso dal fornaio sono ancora caldi. Oggi non siamo, o almeno non ancora, in ritardo. È quello che dice, non senza una punta di soddisfazione, il figlio minore, quando oggi, per la quarta o quinta volta, gli ripeto: Sbrigati altrimenti oggi fai tardi. È l’aspetto della faccenda che veramente detesto: il mio tono di voce quando ripeto questa frase, assomiglia pericolosamente a quello di mia madre. Penso: non devo avere questo tono di voce, devo cercare di non avere questo tono recriminatorio, devo fare in modo che al mattino, dal mio corpo, non sbuchi a tradimento mia madre: dalla gola, prima di tutto, ma anche dalle mani, quando oggi, per riflesso condizionato, mi sorprendo a scostare i lunghi capelli del figlio minore dalle sue spalle, affinché non finiscano nella ciotola del latte con i fiocchi d’avena. Stai dritto, gli dico. Eppure oggi, penso, non vorrei dire nulla, oggi vorrei tacere. Oppure cantare una canzone, una canzone che parli di un cielo che è ancora scuro, oggi, ma si intravede la luce. Che parli di due bambini che mangiano i fiocchi d’avena, e del padre che beve il suo caffellatte. E oggi non vorrei parlare della madre, oggi della madre vorrei tacere. Oggi vorrei che nessuno le chiedesse Cos’hai, perché non parli? E, sicuramente, tacerei del fatto che oggi rivorrebbe indietro i suoi cinque irresponsabili minuti nel letto, quelli in più. Oggi canterei di cose, non di desideri o di pensieri. Canterei di caffè e tazze, di arance, spremiagrumi e spremuta, di bicchieri, piatti, ciotole e cucchiai, di latte e fiocchi d’avena, di zucchero, di burro, marmellata e miele, di panini caldi, di mele, pere e banane, di libri e zaini di scuola, di giacche, sciarpe e cappelli. Canterei le cose. Canterei gli orologi che segnano le ore, canterei per renderli innocui. E canterei di questo tremore che mi ha preso alle mani, oggi, quando ormai i bambini si sono vestiti e stanno per uscire, oggi, quando mi avvicino e gli dico le solite cose: Buona giornata, ci vediamo più tardi, chiuditi la giacca che oggi fa freddo. Quando mi affaccio alla porta e li saluto con la mano, e poi richiudo la porta e so che non è per il freddo che oggi tremo. Oggi sono troppo stanca per fare yoga. Oggi è meglio una doccia, prima, poi, se c’è ancora tempo per lo yoga, si vedrà. Annuncio a lui, il padre, che è ancora in cucina a caricare la lavastoviglie, che sto per fare la doccia, casomai suonasse il telefono. Entro in bagno, mi spoglio. Mi guardo allo specchio, oggi. So che non dovrei farlo, ma lo faccio lo stesso. Curioso: ho sempre odiato i miei seni: troppo grandi per i miei gusti. In realtà più che una questione di gusti, è una questione di immagine interna: io, dentro, non sono così. Io sono magra e quasi del tutto piatta, di reggiseno porto al massimo la seconda e indosso camice e giacche da uomo. Le camice e le giacche da uomo le indosso ugualmente, ma mi starebbero meglio se avessi meno seno, tutto qui. Ecco, però oggi l’idea che presto – no, non devo pensarci, mi dico. Me lo dico proprio, allo specchio, muovo le labbra, ma non mi sento: ho parlato a voce troppo bassa.

È che non voglio che lui pensi che parlo da sola. Anche se non c’è niente di male, e anche se non credo che lo troverebbe strano. Però potrebbe chiedermi se mi sento bene, se ho voglia di parlare.

E io oggi non ho voglia di parlare, ho solo voglia di fare una doccia calda, ed è quello che faccio. Caldissima, oggi faccio una doccia caldissima. Di solito non la faccio così calda, ma oggi ho proprio voglia di sentire l’acqua calda addosso, sulla schiena soprattutto. Resto per un sacco di tempo immobile a testa china sotto lo scroscio dell’acqua quasi bollente, lasciando che mi colpisca proprio sulla nuca. Il bagno è tutto pieno di vapore, sembra un bagno turco, io sono lì da non so quanti minuti, a testa china, sotto l’acqua, e mi dico, ecco, in un bagno turco dopo lo noteranno tutti che – ma io non ho mai frequentato né un bagno turco né una sauna, e non sta scritto da nessuna parte che debba cominciare proprio adesso, proprio adesso che – e perché poi? Penso a tutte le altre situazioni in cui si potrà notare, – al mare? Si vedrà, al mare, in costume da bagno?- Ci penso, ma non perché credo che ci sia qualcosa da nascondere, no, però ecco, questa è proprio una di quelle cose che mette le persone in imbarazzo, ed io non voglio mettere in imbarazzo nessuno, non voglio costringere nessuno a non sapere dove guardare mentre mi parla. Nel bagno ormai c’è una coltre di vapore talmente fitta che non vedo più niente: niente al di là del mio corpo. Alla fine mi passo velocemente dappertutto il getto d’acqua fredda: dicono faccia bene alla circolazione, e poi mantiene soda e compatta la pelle, soprattutto quella del seno. Anche se – mi dico – a questo punto che importanza ha? – eppure lo faccio lo stesso: passo meticolosamente il getto d’acqua fredda su entrambi i seni, con movimenti lenti e circolari, anche oggi. Equamente, su entrambi.



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