Numero 51 – Aprile 2019

Angelo Blu

di Elena Ramella

 

Un mozzicone di sigaretta ancora acceso rotola contro uno stivaletto nero. La barista, alta, lunghi capelli neri, labbra rosse e gonfie, mescola i cocktail con scioltezza, con i gesti ripetuti dell’abitudine e un sorriso appena accennato. Prende le bottiglie di vetro dalle mensole illuminate di bianco alle sue spalle; liquidi verdi, ambrati, dorati, corposi, leggeri, trasparenti, densi, rossi, rosa, color cannella. Sciroppo, succo, acqua tonica, cubetti di ghiaccio nel bicchiere trasparente.

“Per noi due angeli blu”, dice una ragazza appoggiata al bancone. La barista annuisce. Io osservo. Nel giro di pochi minuti compaiono due bicchieri pieni di un liquido blu elettrico; angelo blu. La ragazza e il suo amico si allontanano facendosi largo tra la gente ancora in coda.

Il fumo pizzica gli occhi; piastrelle bianche ai muri, uno specchio a metà parete, divanetti di pelle grigia a forma di cubo allineati uno accanto all’altro, le luci ondeggiano, le ombre si proiettano sul pavimento e poi improvvisamente si ritirano, si proiettano, e poi si ritirano, e ancora, ancora, al ritmo regolare della musica.

Mi tende una mano e si incammina davanti a me; lo seguo stringendogli le dita, mi lascio guidare. Attraversa uno spesso e pesante tendone rosso scuro, un lembo ricade contro la mia spalla, lo sposto con la mano libera, protendo il viso in avanti per vedere meglio. Un gruppetto mi volteggia accanto, di striscio, gira l’angolo e scompare, lasciandosi dietro una scia di risate, fumo di sigaretta, parole a metà, odore di sudore e profumo. Davanti a me, davanti a lui, c’è un corridoio; a sinistra un lungo divano, a destra una parete di specchi. I muri sono rossi, o sono le luci a dargli quel colore dietro alla cortina di fumo che fa sembrare tutto irreale; i volti sono irreali, gli occhi bianchi, truccati, enormi, allungati, che roteano, che si sgranano di sorpresa, che si sollevano di noia, che si stringono di curiosità. Le labbra, aperte, chiuse, parlano o tacciono, si muovono velocemente, si appoggiano sui bordi di una sigaretta, voluttuose, frustrate, stanche, rilassate, si chiudono e si riaprono a forma di “o” per lasciar uscire il fumo che viene dalla gola. Dita lunghe che reggono sigarette bianche, braccia conserte, una appoggiata all’altra, la testa leggermente inclinata all’indietro, la pelle del collo sudata. Angoli, spigoli; un livido blu tendente al viola.

Lui si volta e mi guarda, io gli sorrido e continuiamo a camminare. Gli dico qualcosa, e per farmi sentire devo avvicinare le mie labbra al suo orecchio, lasciare che il mio respiro gli soffi sul collo insieme alle parole, mi riempio i polmoni del suo profumo.

C’è un punto, tra i corridoi, i muri, i bagni, in cui i suoni si mescolano; la musica di una sala si fonde con quella dell’altra. È lì la frontiera. È lì l’incrocio. È lì la cacofonia rimbombante, in quel punto preciso ma senza coordinate, perduto sul pavimento bianco nello spazio vuoto. I suoni pop si mescolano con quelli più oscuri, l’unità si ricrea e non c’è più scissione, né alterità. Lì siamo completi. Non ho un ritmo da seguire e quindi posso semplicemente restare a guardarlo; c’è uno specchio alle sue spalle che mi rimanda la mia immagine piena di luci ed ombre continuamente in movimento.

Una donna balla su un tavolo di ferro massiccio; si muove a scatti, come un robot, lo sguardo fisso davanti a sé, le calze a rete bucate sul polpaccio, gli occhi truccati pesantemente illuminati di blu. La osservo, appoggiata alla parete dall’altra parte della sala. È alta, è più in alto di tutti noi, più in alto del fumo; lei vede tutto, mentre io non vedo più nulla e gli chiedo di andare a prendere una boccata d’aria. Usciamo in un piccolo cortile, ci infiliamo in un angolo accanto ad una siepe di piante in vaso e ci guardiamo come siamo abituati a guardarci. Sento un’ondata di lacrime salirmi da un posto che non conosco e le faccio uscire; lascio una macchia di mascara nero sul suo collo ma sul momento non me ne accorgo. Passo un piede sui sassolini dell’asfalto e poi rientriamo. Attraversiamo di nuovo un corridoio fumoso, qualche viso si volta, qualche sguardo ci segue, qualche corpo ci turbina accanto in fretta; vedo lo scintillio delle paillettes dei vestiti riflesso nello specchio e l’ombra dei tacchi altissimi sul pavimento appiccicoso. In bagno qualcuno sta lavando un vestito nel lavandino. Lo spinge nell’acqua, lo sfrega, lo attorciglia, lo strizza sopra ad un secchio. “Scusate per la lavanderia improvvisata!” esclama. Chiudo la porta e guardo il soffitto alto mentre faccio la pipì cercando di rimanere in equilibrio senza appoggiarmi a niente. Quando esco lei sta ancora strofinando il vestito color crema nel lavandino grigio.

Ascoltiamo ancora un po’ di musica, lui mi allunga un bicchiere di plastica pieno e freddo e mi chiede “cosa ti ricorda?”, io cerco di sentirne il profumo, esito, guardo il colore, indovino. È sempre quello, sempre quello di quella prima volta.

Loro andranno avanti per tutta la notte, volteggeranno e si schiacceranno, si stringeranno e si toccheranno, urleranno e salteranno, allungheranno le braccia in alto, verso il soffitto, e rovesceranno un po’ del cocktail che hanno nel bicchiere. La musica continuerà, e nel punto di confine i suoni continueranno a mescolarsi. Continueranno a fare la coda al bar, a prendersi per mano, a fumare; si guarderanno allo specchio prima dell’alba e si sistemeranno il trucco.

Che strana città, viva e non viva allo stesso tempo, alle due del mattino. Trafficata e deserta allo stesso tempo. Rumorosa e silenziosa dietro ad ogni angolo.

In camera ci sfiliamo le giacche che puzzano di fumo e ci lasciamo cadere sul letto. C’è uno specchio che riflette il buio e la luce azzurra della tv accesa ma senza volume mentre noi ci stringiamo. È un bel silenzio, quello delle camere d’albergo. Ci siamo noi, dentro, e il mondo e tutto il resto, fuori.



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