Numero 43

Di’ qualcosa

di Giorgia Bianchin

 

“Studies about myself #33” di Germana Stella

Sono seduta sul bordo del letto, le mani accostate ai fianchi. Fuori piove e il silenzio, interrotto dal tintinnare costante e denso di un’acqua che arriva a terra già sporca, mi sta facendo impazzire. Alcune piogge, inattese o annunciate, copiose o inconsistenti, sono così pesanti da poter inzuppare cuscini, durante notti bastarde che ti soffocano gola e pensieri. Adesso stringo solo una coperta, ma almeno stringo qualcosa sotto palmi umidi e rassegnati. Non sto piangendo, giuro che non lo farò.

Scalza accarezzo la trama morbida di un tappeto blu, le dita si muovono impercettibilmente. Sembrerebbe maleducato se io fossi più interessata alla dolcezza della lana sotto i piedi che a ciò che sta succedendo, ma la sensazione che mi dà, riesce a tranquillizzarmi. Ci penso e mi rendo conto che non ti bacio da due giorni, nemmeno uno sfiorare distratto di labbra, eppure non ci ho fatto caso. È probabile che molte altre volte sia accaduta la stessa cosa e che io non mi sia resa conto di nulla. Le tende sono aperte così da permettermi di vedere la luce dei due lampioni sul marciapiede e quella soffusa, ingiallita e vecchia, della finestra di fronte. Conosco il girovagare inutile della ragazza che ci abita, conosco meglio i suoi movimenti dei tuoi.

La sveglia sul comodino volta un nuovo minuto e nel silenzio che crepa le pareti, ne ha già fatti passare molti. Sembro sola in questa stanza, ma non lo sono. Indossi ancora le scarpe, quante volte ti ho ripetuto che le scarpe in camera non le voglio vedere, forse l’ho ripetuto più volte di quante io abbia detto “ti amo”. Hai tolto la giacca e arrotolato le maniche della camicia bianca. Ti odio quando sei vestito così, severo e grigio, distaccato e prepotente. Ti passi la mano sulla barba che da questa mattina è già cresciuta. Non alzi gli occhi, non ci riesci, proprio come me. “Di’ qualcosa!” vorrei urlare ma ingoio saliva. Sei seduto sulla poltrona che fino a oggi è stata solo un contenitore di vestiti usati, né io né te ci siamo mai nascosti tra le pieghe di quella vecchia poltrona. Appoggiata vicino ai tuoi piedi, una tazza di caffè. Ristagna l’odore tostato in tutta la stanza, mentre nel suo fondo è rimasto solo un cerchio marrone a ricordarci che siamo immobili da ore. È il tuo gesto quotidiano quello di prepararti una tazza di caffè prima di dormire, lasciarla ai piedi del letto e raccoglierla il mattino dopo, quando tutto inutilmente ricomincia. Ora però non abbiamo sonno, non stiamo per andare a letto. Ora stiamo lottando. Chissà se pensi ciò a cui penso io. Quanto abbiamo strisciato uno di fianco all’altro? Mi sento come un albero durante un temporale. Scossa, piegata, indifesa. A ingoiare vita ci si può strozzare ed io comincio a boccheggiare. Senza preavviso sto vivendo l’incubo di arrivare un giorno a non amare nessuno, sono la sopravvissuta di una guerra interiore e so che non sarai più così spavaldo, da regalarmi una carezza. Vorrei chiederti di portarmi sulle tue spalle ancora per un po’, fino a domani, fino all’uscio di una casa diversa. Taccio colma di un vuoto concentrato tra la lingua e lo stomaco. “Di’ qualcosa!” Invece soffochiamo poco di più a ogni respiro. Mi dispiace per noi, per me, per ciò che non mi hai dato e non hai mai sentito. Mi dispiace per il tuo silenzio e il mio sragionare, per le canzoni che non hai scritto e per quelle che io ho cantato per te. Mi dispiace per i tuoi brindisi e i miei sogni acerbi, per la mia mestizia e la tua imprudenza, per il mio strazio e il tuo ottimismo. Mi dispiace per tutte quelle volte in cui pensavo a te e facevo l’amore con un altro. Mi dispiace che tu sia lì, dove non so, ma è sicuro che non riesco più a prenderti.

 


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