Numero 43

Stanza 13 “Akhana”

di Giampaolo Giudice

 

“Contemplazione “di Ilaria Cerutti

Una lunga catena tiene insieme ogni cuore distante, legati gli uni agli altri da vene annodate. Siamo tutti uguali, alla fine dei conti, anche e soprattutto nella speranza di essere speciali per qualcuno. Ad esempio M. vorrebbe che la guardassi come guardo te, mentre tu vorresti lui ti guardasse come guarda lei. La giostra senza fine delle relazioni e dei desideri ancora aleggia qua e là, mentirei a dire altrimenti, ma sono solo fantasmi scoloriti. Diventare insensibili ai mostri. Ad un certo punto non facevano più paura, erano diventati conviventi riservati da cui sembra impossibile separarsi. Finivo a farci colazione insieme, li vedevo girare annoiati dalla loro stessa vita. La vita a cui li avevo condannati, obbligandoli ad un’esistenza in mia compagnia. Copie di copie a cui mi sono assuefatto per sovraesposizione. Come quando qualcosa non ti impressiona più per quante volte l’hai vista accadere. Per un po’ ce l’ho avuta questa cosa di prenderli sul serio, guardarli con aria stupita, sognante e impaurita; per un po’ ho davvero avuto l’insensata convinzione che potessero farmi del male.
Ma i mostri, i fantasmi che vedevo erano solo riflessi distorti della mia stessa immagine allo specchio.
Ora lo so. Lo so anche quando li vado a ripescare per giocarci un po’, quando li disturbo per noia, per sentirmi meno solo. Perché, ormai, abbiamo raggiunto questo equilibrio in cui non mi toccano più –o meglio- ho capito che non mi avrebbero mai potuto sfiorare, nemmeno quando li sentivo strisciare nel buio la notte.
Ognuno di loro è fatto con un pezzo di me. Sacrificando un pezzo di vita, di cuore o di anima in una masochista e deviata rituaria del dolore.
Negli anni, in questo modo, sono finito per diventare sempre più una moltitudine di fantasmi e sempre meno me stesso; fermo a galleggiare in una vita di cui riconosco a malapena i tratti.
Ho davvero fatto questo a me stesso?
Costruito un presente mediocre al ragazzino che guardava il cielo dalla finestra?
Pare di sì. Perché il tempo passa e tu non ci fai caso finché, un giorno, lo specchio ti guarda con gli occhi di un uomo sconosciuto.
Credo sinceramente che l’amore esista, solo non per me. Non nella forma di lei che ama lui e lui che la ama a sua volta. Ho scoperto, nel tempo, che ci sono cose fuori dalla mia portata per un semplice discorso di titoli, anni accumulati ed esperienze.
Ad esempio: sono troppo vecchio per fare il soldato o l’astronauta. Certo, alcune di queste preclusioni andavano evitate per tempo, pensandoci ed organizzandosi prima, ma a vent’anni sei un povero stronzo. Almeno, io lo ero.
Credo che l’amore sia qualcosa che capita da giovani, proprio in quel decennio in cui sei incosciente e avventato perché convinto di aver capito tutto. Credo di aver mancato quell’appuntamento per pochi minuti e, nel mentre, aver visto troppa vita andare a male per via di scadenti imitazioni. Forse è qualcosa, l’amore, che semplicemente non è presente dentro me. Non saprei, un po’ estrema ma è un’ipotesi da prendere in considerazione comunque. È possibile che la capacità di sentire, di vedere il cuore vero degli altri, venga al prezzo di perdere la capacità di concentrare l’energia necessaria ad amare una sola persona.
Ipotesi, ipotesi e ancora ipotesi.
Magari niente di tutto questo è stato mai vero, ed io sono solo il mentecatto che strangolava le donne che non riusciva ad amare. Ed hanno ragione loro a dirmi che sono un mostro.
Ma credo comunque che ti terrò con me.
Qui.
Dentro alle ossa: tesoro del cuore.
Ultimo battito.


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