Numero 37

Una carezza

di Elena Ramella

 

“Pensieri senza pensatore” di Ilaria Cerutti

Una carezza. Non esiste niente di più silenzioso. Una carezza non lascia alcuna traccia, una carezza svanisce nello stesso momento in cui si crea, sotto le dita, sulla pelle, sul palmo di una mano, sotto le labbra.
La guardò tenendole il viso tra le mani, la guancia destra appoggiata sul cuscino, i capelli allargati a ventaglio sulla federa.
“La tua assenza non si notava, nessuno poteva capire cosa mi mancasse” avrebbe voluto dirgli lei.
Il sole era esangue e l’aria calda, soffocante.
La luce filtrava attraverso i fori ovali delle tapparelle abbassate, fuori diventava buio, nella camera restavano loro nella penombra, alla fine del primo giorno d’estate.
Come si fissano nella memoria certe cose. Lui la guardava ed era un incessante, facile, andirivieni nella mente l’uno dell’altra. Lo era sempre stato. Fin dal primo momento.
Avevano lasciato che la giornata finisse tra le pieghe delle lenzuola, senza più sapere che tempo facesse fuori, dimenticandosi l’ora, il giorno, il mese.
Lei aveva rimesso piede in quella stanza che ogni volta era convinta non avrebbe rivisto mai più, togliendosi le scarpe dove iniziava il parquet, ai piedi del letto. In una frazione di secondo il tempo si era riavvolto su se stesso, i mesi passati si erano accartocciati come foglie secche, sbriciolati, annullati, come se non fossero mai davvero trascorsi, come se lei fosse sempre stata in quella stanza, come se non si fosse mai mossa. Aveva solo i capelli più corti e non aveva i collant sotto la gonna. Si era seduta sul letto, ed eccolo, quell’istante di una mattina di giugno, sul quale sarebbe sempre gravato il peso di tutte le altre mattine. Aveva passato una mano sulle stesse lenzuola, le lenzuola di sempre, le stesse che aveva trovato la prima volta che era andata da lui e che avevano fatto l’amore. Le aveva spostato il bordo della gonna lentamente, centimetro dopo centimetro, accarezzandole le ginocchia.
“Mentre hanno inizio i morsi d’amore, noi non siamo ciò che potremmo essere.”
Lei era di nuovo lì. Era con lui.
“Ho due parole sulla punta della lingua che pretendono di essere dette. Ma io le soffoco. Vorrebbero uscire dalla mia bocca come un respiro. Ho paura di non poterle fermare. So che tu sai.”
“Usciamo” le disse.
Faceva caldo anche se ormai il sole era tramontato. L’asfalto aveva assorbito il calore della giornata e ora lo stava irradiando ancora attraverso le strade e i marciapiedi. Abbassò il finestrino e lasciò che l’aria le spingesse i capelli contro le guance e le labbra. C’erano le luci dei fari che si riflettevano sul parabrezza. Si voltò a guardare il suo profilo illuminato a sprazzi, luci e ombre.
Si fermarono ad un benzinaio quando la strada era ormai quasi deserta. Luci, sempre le luci nel buio, come ali bianche, ali di cigno. E tra quei cigni c’erano dei serpenti, ma lei non ci faceva mai caso.
“È accaduto tutto. Ricordo il momento esatto in cui l’ho saputo con certezza”.
“Quando?”, le mani sul volante.
“Quando mi hai guardata mentre facevamo l’amore, oggi.”
“Cos’è stato?”
“Quello di cui abbiamo paura e quello di cui abbiamo bisogno.”

 


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