Numero 35

Saremo liberi d’amarci

di Matteo Nicoli

 

“Nam-sai-kum #1” di Filippo Menichetti

I

Saremo liberi d’amarci allora,

Vòlti a noi soli quegli sguardi acerbi.

E l’agognante spirto che divora

I giorni miei ancora intatto serbi

L’ardor dei mortali: onde lungi

L’amor cortese che il cuor mi seduce.

Invano m’affanno, come non giungi?

 

Infranta scala che a beltĂ  conduce,

Cercavo in te le parvenze beate

Dei poeti della prima luce,

Veggenti l’alme sante e le dannate;

Grava la Terra che Urano ebbe scossa

Nel ventre e nella prole; caro monte

Su te, per lei, l’anima s’è mossa.

 

II

Dissi io «andiamo dunque all’orizzonte

Ad inseguire il cielo, fede e onor

Delle muse, scettro e cerula fonte».

A me rispose «lascia che il candor

Delle luci celesti splenda e tu,

Guardami adesso e dimmi di me, Parla!

Che d’ombra s’è fatto il cielo lassù»

 

Ma come volli restare a cercarla

Nel cullar della notte, a me accanto

La fingo, triste al pensiero d’amarla:

Spiro e la cingo col cuore soltanto;

Finché il quieto vegliar nel pianto infranga:

Come s’arresta ciò che tanto ardeva,

E come alle volte il tempo par pianga?

 

«Seguimi» allora distratta diceva,

«Seguimi nella luce dei boschi,

Tra i sentieri funesti ove cresceva

I giorni andati l’allor dei Toschi;

E giacciamo sulle foglie cadute

Alla fioca luce del firmamento

Che le lingue allaccia, restando mute»

 

Ma come potrò narrar ciò che sento?

Le braccia intrecciate che s’allettano

Nel gioco del tempo, smorzato e lento,

Intanto i corpi fremendo aspettano.

Gatton che passi tra i lieti panneggi

Su di te, su di me, sull’ombre imbelle

Fioche, come il fato e le sue leggi.

 

Onde inerme al chiarore delle stelle

Com’io le vidi riflesse, in brevi

Scorci di cielo, sulla tua pelle

Candida, beatamente sedevi

Alla bonaccia, gli occhi nei miei.

E ora s’adombra quella volta astrale:

Vive incarnata nel corpo di lei!

 

III

«Ah, come comprendo adesso quel male

Che al vento d’amor l’Almagesto affligge,

S’innalza in te, dolce essere mortale,

Come le stelle al sole di merigge.»

Prono io su di ella, stesa aspettando

L’amor sbocciare dai miei versi:

Una lacrima le scese, sognando!

 

«Orbato è il cuore dai cieli spersi

L’eterna danza del divin accento,

Ed i sogni miei, canuti e tersi

Tra i cerchi morenti ed il fuoco spento;

Ora che tutto è in te, tutta sarai,

La sola che a me la speranza detta:

L’amor che hai avuto, e quel che dai.

 

Addio! All’olimpia ombrosa vetta

Celata ai mortali sguardi vani,

Su ella beata sta Afrodite eletta

Orante di sé, per gli occhi lontani;

Addio viti sull’anse di colli

Che dal fiorir dell’estate son cinti,

Non più pendenti tra le piogge molli.»

 

Arde l’amor che solo s’ama amando

Nel pensier mio, che al pensarti geme,

Nel tuo, che al mio vai pensando:

Ambo per sé, eppure per sé assieme.

Sebbene a noi ignota quella segreta Via,

tracciamo in due in passi uguali

Il cammin che la Sapienza decreta:

Saremo eterni, giammai immortali.


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