Numero 30

Bruxelles 2012, quando tutto cominciò

di Gaia Tomassini

 

Wichita, Kansas, Stati Uniti, 22/3/2016

Ehi Fabrizio,

Finalmente ho trovato il tuo indirizzo! Sono Amelia, ti ricordi di me? La ragazza dell’ostello di Bruxelles, quella che è stata così scaltra e scafata da farsi aprire lo zaino mentre era in giro… ti sono venuta in mente ora? Dai, una persona del genere è difficile da dimenticare, grazie a Dio non se ne incontrano tante…

Comunque, giusto per rinfrescarti la memoria, all’epoca io avevo 17 anni e tu ne avevi 27, viaggiavi da solo in Interrail nei Paesi Bassi. Io ero a Bruxelles insieme a quell’altra campionessa di Giulia, la mia migliore amica. Quando mi sono accorta che non avevo più praticamente neanche un vestito mi sono messa a piangere in mezzo alla hall dell’ostello dimostrando freddezza e lucidità invidiabili, e tu ti sei avvicinato piuttosto impietosito dal mio comportamento. In lacrime ti ho raccontato la mia triste storia, e poi è successo tutto abbastanza in fretta; sei andato di stanza in stanza a spiegare qual era la situazione agli altri ospiti dell’ostello, tutti giovani come noi, e in meno di mezz’ora era stata organizzata una colletta perché io riuscissi ad arrivare alla fine della vacanza senza farmi spennare dai negozi belgi, che notoriamente non sono proprio economici.


“Sinaplenty” di Arianna Sisti

Le foto di quella vacanza non riescono a nascondere che il mio look era il frutto di un simpatico collage di mezz’ora fatto di vestiti provenienti da tutto il mondo, ma è altrettanto palese che io e Giulia ci siamo divertite da morire! Tu ti sei affezionato a quelle due sprovvedute che per la prima volta viaggiavano da sole, ci hai prese sotto la tua ala protettrice. Hai allungato la tua permanenza a Bruxelles per i quattro giorni di vacanza che ci rimanevano, ci hai portate in giro, hai fatto in modo che arrivassimo sane e salve all’aeroporto di Bruxelles e hai aspettato che passassimo i controlli prima di tornare a vagabondare per i fatti tuoi.

Ovviamente avevi contribuito anche tu alla colletta di vestiti, mi hai regalato una felpa verde, “verde speranza” come ha tenuto a sottolineare Giulia. Da quella vacanza la porto sempre con me in tutti i viaggi che faccio, non mi abbandona mai. Ce l’ho addosso anche ora che ti sto scrivendo, per me rappresenta il testimone che un ragazzo viaggiatore mi ha passato la prima volta che sono andata a esplorare il mondo.

Avevo addosso la felpa quando ci siamo fatti scattare una foto prima del nostro imbarco, già davanti ai controlli. Forse tu non te la ricordi, ma io ce l’ho in mano proprio ora. Se strizzo un po’ l’occhio riesco anche a vedere il banco di American Airlines davanti al quale questa mattina è scoppiato l’inferno; un banco che ora non c’è più, non ha resistito alla deflagrazione e non è scampato all’attacco, esattamente come 34 persone. Mi vengono i brividi, ciò che ci faceva da sfondo quella volta da oggi non esiste più. Lo ricostruiranno, sarà ancora più nuovo e moderno, ma il suo passato è ormai legato ad una storia di distruzione e sofferenza.

Fabrizio, ho paura che il clima della Bruxelles che tu hai conosciuto, che noi abbiamo conosciuto grazie a te e ai tuoi insegnamenti, non esisterà più. Temo che le ripercussioni “tecniche” di questi attacchi – l’aeroporto distrutto, i treni bloccati e una città immobilizzata per un’intera giornata – non siano che la punta di un iceberg terrificante, che va a toccare fin nel profondo non solo chi era a Bruxelles in quel periodo, ma anche chi voleva viaggiare e conoscere l’Europa, chi sognava un po’ più in grande. Una grande tempesta si sta abbattendo su tutti noi, dobbiamo essere pronti. Le frontiere si chiuderanno sempre di più, ci sarà – c’è già – di nuovo chi dirà che l’unico modo per salvarsi è costruire muri e barriere così alti da sfiorare il cielo, senza sapere che puntando al cielo sprofonderemo sotto terra. Saremo costretti di nuovo a estenuanti controlli e non ci sentiremo più così liberi di viaggiare.

Con la tua felpa addosso ripenso a quella vacanza e al modo assurdo in cui ci siamo conosciuti. È stato incredibile vedere quanta gente fosse disposta a cedermi parte del suo guardaroba per farmi risparmiare qualche soldo, in quell’ostello nel centro della capitale dell’Europa ho sentito davvero quanto in realtà siamo tutti una grande comunità, quanto possiamo e dobbiamo essere legati tra di noi. Tu ci credevi davvero, eri sicuro che il tuo “piano colletta” avrebbe funzionato alla grande; spero che tu ci creda ancora.

Proprio per questo oggi più che in tutti gli altri giorni mi sono scervellata per ricordarmi il tuo cognome e risalire al tuo indirizzo, voglio chiederti cosa ne pensi di tutta questa faccenda. Ti spaventa? Cambia il tuo modo di vedere le cose e di viaggiare? Leggo tanto e mi chiedo come stia reagendo in realtà la gente, mi domando se la bolla di spensieratezza in cui vivevamo non stia ripetutamente scoppiando a causa delle bombe di Parigi, di Ankara, di Istanbul, e da ultimo di Bruxelles. Io una mia idea ce l’ho, e secondo me anche tu la pensi come me: non possiamo farci bloccare dalla paura, non possiamo far sì che con questi atti terribili siano in grado di condurre la nostra vita; se glielo lasciamo fare, allora hanno già vinto.

Ho scritto a te e non ad altri perché come ti ho detto ti considero davvero il mio mentore viaggiatore, quello che per primo mi ha fatto capire cosa significhi viaggiare e soprattutto cosa si possa e non si possa fare mentre si è in giro. Ora che viaggio – sola, con amici, col fratello – se mi trovo davanti a un possibile rischio mi chiedo sempre cosa faresti tu, come ti comporteresti davanti a quella determinata situazione. Tu all’epoca avevi più esperienza di me, e me l’hai trasmessa tutta con generosità unica. Insomma, sei e sarai sempre la mia guida di viaggio preferita! E adesso ho di nuovo bisogno dei tuoi saggi consigli, delle tue parole, per capire se veramente viaggiare sarà un problema, sarà un rischio, o se invece bisogna continuare a guardare la cartina del mondo, chiudere gli occhi e puntare il dito sulla prossima meta. Sai già cosa voglio sentirmi dire, non mi deludere (in effetti è inutile chiedere consigli palesando come la si pensa, vabbè…)!

Visto che direi che è un po’ di tempo che non ci sentiamo, ho pensato che forse ti interessa sapere come procede la mia vita da quando ci siamo salutati in aeroporto, sono passati quasi cinque anni, di strada ne ho fatta. Da Bruxelles non mi sono più fermata, ho viaggiato e viaggiato. Ho avuto compagni di strada buoni e compagni meno buoni, ma tutti i viaggi che ho fatto mi hanno arricchito e li ricordo con un briciolo di saudade (la nostalgia dei Brasiliani, ti ricordi che te ne avevo parlato? Quella che provi quando ti torna in mente una dolce memoria e sai che nonostante tutto non potrai tornare a rivivere esattamente quel momento che è riaffiorato per un secondo dentro di te. Coi viaggi alla fine è sempre così, puoi rivisitare posti in cui sei già stato, ma le emozioni che hai provato non le ritroverai più. Ne creerai di nuove, magari anche di migliori, però non potrai mai tornare indietro nel tempo; ma alla fine va bene così, è bella l’idea che ci siano emozioni così scavate dentro di te da non aver bisogno di nulla per tornare a galla, anche se per poco). Sono stata in Israele, in Palestina, ho visto Petra e la Giordania; ho toccato quasi tutti i paesi europei – tranne quelli del Nord, quelli sono ancora economicamente fuori dalla mia portata!  Durante l’Erasmus in Spagna con un’amica abbiamo attraversato il Mediterraneo per ritrovarci a Marrakech con dei miei amici brasiliani, amici di una mia amica conosciuta durante lo scambio in Brasile (che giri, lasciamo stare…); ora ti scrivo dagli Stati Uniti, sono venuta a trovare mio fratello che ha seguito le mie orme e sta facendo il quart’anno delle superiori all’estero, qui in Kansas. Con questa carrellata di nomi riaffiorano i ricordi di mille posti, mille volti, mille odori e mille sapori provati e vissuti negli angoli più disparati del mondo, piccoli pezzi di memoria che non mi lasciano mai e che in realtà traspaiono da ogni mio movimento, da ogni mia scelta.

Ma nonostante il mio percorso sia andato avanti, tutto sommato sono ancora la ragazza che hai visto in lacrime a Bruxelles (anche se adesso forse – spero – reagirei più dignitosamente…): ho un nuovo piercing e alla fine mi sono fatta il tatuaggio con la fenice di cui ti parlavo, ma in fondo in fondo continuo a sperare di ricevere la lettera di Hogwarts, anche se in ritardo, e di trovare un antidoto che non mi faccia ingrassare se mangio troppa cioccolata. Da lontano sembro una bad girl, coi piercing e i tatuaggi, in realtà penso ancora che la magia esista e che il bene trionferà sul male.

Quando mi risponderai, per favore raccontami dei tuoi viaggi, delle tue esperienze, e non ti offendere – anzi sentiti onorato – se decido di prendere spunto per i miei prossimi passi nel mondo! Non mi stupirò troppo se ci metterai tanto tempo a rispondermi, nella mia mente ti immagino con lo zaino in spalla in qualche posto sperduto e incantevole, sorridente mentre scopri un’altra meraviglia della nostra splendida terra. Suppongo che dovrò aspettare che tu torni a casa per avere una risposta ai miei dubbi amletici e sapere cosa pensi di quello che sta succedendo. Non ti preoccupare, capisco perfettamente.

Io intanto continuo a viaggiare, e mi porto ovviamente dietro la tua felpa “verde speranza”, sperando davvero che si possa continuare a girare, a conoscere, a innamorarsi in giro per il mondo. Magari un giorno ci rivedremo e gireremo ancora assieme, ridendo a crepapelle e prendendo in giro Giulia che non sa fare foto. Sarebbe bello, sarebbe fantastico.

Ti auguro “Valigia sempre pronta, passaporto in regola e cartina alla mano”, come dicevi sempre tu.

Buona fortuna e a presto!

Amelia

P.S. E no, anche se ci rivediamo non ti restituisco la felpa. Anche perché adesso non ti starebbe più, mia mamma l’ha accidentalmente ristretta mettendola a lavare dopo il mio viaggio a Istanbul.


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