Numero 28

Perché a vent’anni è tutto ancora intero

di Gaia Tomassini

 

“The Beauty and the mist” di Domenico Giovanni Della Rocca

Odio dovermi trasferire. Lo odio. E non perché mi dispiace per le mie radici, per i miei amici che conosco da una vita, perché qui davvero mi sento a casa e tutte quelle storie là. No, tutto questo se deve restare resta, Rachele e Lorenzo mi verranno a trovare a Firenze e io tornerò qui quando potrò; quello che odio davvero è avere la casa piena di scatoloni, dover mettere via ogni cosa per poi, tra tre settimane, rimettere in ordine a Firenze. Quel che è peggio, odio il fatto che mia mamma scelga autonomamente cosa tenere e cosa buttare, senza peritarsi di informarmi della sorte delle mie cose. È da qualche giorno che appena la mamma esce entro in azione io, mi metto a riaprire gli scatoloni per vedere cosa c’è dentro e cosa ancora va messo via. Faccio particolare attenzione a quelli contrassegnati con una “X”: dentro ci sono le cose che andranno buttate quando partiremo definitivamente; ho già salvato da morte certa un mio vecchissimo pinguino di peluches e un mp4 del secolo scorso.
Oggi mi sono imbattuta in una serie di foto e oggetti mai visti, direttamente arrivati dai gloriosi vent’anni della mamma. A vederla ora non si direbbe mai, ma un tempo era dark, fumava e passava da una festa all’altra; secondo me si è pure drogata qualche volta, ma questo zia Julie non me lo dirà mai. Zia Julie in realtà non è mia zia, si è guadagnata questo titolo nel tempo: è l’ombra della mamma, la gemella, la migliore amica, la “ho-combinato-un-casino-mi-devi-aiutare”-“ok-va-bene”; insomma, c’è sempre stata. La conosco fin da quando sono piccola, l’ho vista con almeno sette uomini diversi nel corso del tempo, ma nessuno è mai arrivato a festeggiare accanto a lei due Natali di fila. Zia Julie continua a dire che per l’amore eterno c’è tempo e io le credo. Tanto se anche la contraddicessi mi risponderebbe che a sedici anni non si capisce niente e che da lei ho solo da imparare. Sarà.
Mentre controllo ogni cosa mi colpisce la foto sfocata di un ragazzo che suona. È praticamente riverso sulla chitarra, i capelli gli coprono il viso e sono piuttosto sicura che non si sia reso conto che gli stavano facendo una foto. Da quello che posso vedere non lo collego a nessuno degli amici che il sabato sera invadono la casa quando mi preparo per uscire e poco ma sicuro non è uno dei fidanzati di zia Julie. Papi non può essere, riesce a stonare anche suonando il campanello di casa. Chi è allora? Estraggo la foto dallo scatolone e leggo dietro la data in cui è stata scattata: 18/3/1976; la mamma e zia Julie erano al primo anno di università.
Proprio mentre mi sto per decidere a rimetterla giù sento la porta di casa chiudersi e mia mamma mi compare davanti. BAM! Beccata con le mani nel sacco.

– Ciao Nina, mi dice già diretta verso la cucina, in ogni mano due borse della spesa; Non ti preoccupare, sapevo già che ti divertivi a disfare tutto, ero convintissima di aver messo in uno scatolone con la “X” quel pulcioso pinguino. Nulla di nuovo, mia mamma mi becca sempre.
– Cos’hai in mano?, mi chiede sedendosi sul divano e accendendo la TV.
– Una foto che ho trovato in uno scatolone con la “X”. Chi è il tipo?, le rispondo cercando di non sembrare troppo interessata. La mamma distoglie lo sguardo sulla TV, fissa la foto e prima di riuscire a controllarsi abbozza un sorrisetto ironico. “Era lì dentro? Che strano », anche lei fa la disinteressata.

– Sì, chi è?.
– Ah, devi chiederlo alla zia Julie, ti darà una risposta migliore di quella che potrei darti io, risponde lei. Ci risiamo, sapevo che prima o poi zia Julie sarebbe saltata fuori, quelle due vivono in simbiosi.
– E quando la vediamo?, sospiro io conoscendo abbastanza mia madre da sapere che non dirà più nulla sull’argomento, trasferendo la patata bollente alla sua migliore amica chiacchierona.
– Verrà qui a cena suppongo, dubito che le abbiano rimesso a posto le bombole del gas, dice la mamma alzandosi per andare a preparare la cena, già stufa della TV. Ah già, le bombole… da quando mamma le ha comunicato che ci trasferiamo per raggiungere il papà a Firenze, zia Julie ha un problema dietro l’altro con la sua cucina: prima i fornelli, poi il frigo, ora le bombole. Per qualche strano scherzo del destino è un mese che non riesce a cenare a casa e ha chiesto a noi ospitalità. La mamma non ha battuto ciglio e tra di noi non ne abbiamo mai parlato, ma non ci vuole un genio per capire che in realtà lo fa solo per non perdere neanche un’opportunità per stare assieme. Il risultato di questa storiella, comunque, è che zia Julie è qui ogni sera con una vaschetta di gelato, e la 40 inizia a starmi stretta. Ma almeno non dovrò aspettare tanto per chiederle della foto.

Alle 20.45 precise zia Julie suona alla porta.

– Vado iooooo!, grido alla mamma, e in due secondi sento la voce di zia Julie che dall’altro lato della porta se ne esce con la solita battuta: “Qualcuno ha ordinato gelatoooooo?”. In men che non si dica sono avvolta dai suoi lunghi capelli lunghi, rossi e ricci di zia Julie, che mi abbraccia come se fossi appena tornata dall’Iraq.
– Ciao cara, sei sempre più bella, trilla lei entrando e piazzandomi in mano il gelato. Zia Julie è un’esagerata in tutto, dal tono di voce eccessivamente alto fino ai troppi colori che ha addosso. Da quando ho ricordi, però, sono sempre stata innamorata dei suoi occhi verdi.

РCiao zia Julie, come stai? Deduco che le bombole ancora non vanno, la saluto io andando verso la cantina per mettere il gelato in freezer (perch̩ il frigo ̬ in cucina e il freezer in cantina? Mistero della fede).
– “Guarda lasciamo stare, quei tecnici sono di un’incompetenza…!” Che attrice! “Ma dov’è tua madre? Aaaaaaaaleeeee”, eccola che urla già di nuovo, diretta verso la cucina.
Quando riemergo dalla cantina vedo zia Julie che si sta versando una generosa dose di Prosecco, sta raccontando non so che cosa, ancora mi stupisco che quelle due abbiano ancora qualcosa da dirsi.
– E insomma Mattia mi ha detto che fino a settembre del nuovo capo non vedremo neanche l’ombra, conclude la zia roteando il bicchiere. “Ma tu cosa mi racconti? Dimmi che hai argomenti più divertenti!”.
– Ah cara, io mi limito a lavorare e ad organizzare il trasloco, risponde mia mamma ancora indaffarata con la cena; il pungente odore di curry ha già invaso l’aria aprendomi lo stomaco. “Ma oggi Nina forse ti può intrattenere mentre io finisco di preparare qui”.
– Dimmi amore, cosa può fare la zia Julie per te?, mi chiede lei puntando i suoi occhi smeraldo sui miei marrone cacca e sorridendo.
– Ho trovato una foto dei bei tempi andati tuoi e della mamma…
– Io e tua madre siamo ancora giovanissime signorinella, non ti azzardare a…
– …e la mamma mi ha detto che devo chiedere a te chi è il ragazzo nella foto, concludo io ingnorando come sempre le sue intromissioni.

– Beh, fa’ vedere allora!, risponde zia Julie, anche lei abituata a non sortire effetti coi suoi incisi. Inforca gli occhiali come se fosse un detective e strabuzza gli occhi quando vede la foto: “E questa dov’era?!”, urla saltando in piedi.
Ridendo, la mamma le racconta del ritrovamento, ignorando anche lei come me poco prima l’interruzione di zia Julie (“Volevi buttare quella foto storica?!”).
РAllora? Chi ̬?, ricomincio a chiedere io.

– Hmm… il suo nome d’arte è Martìn d’Orleans, ma chiaramente era uno pseudonimo. L’abbiamo sentito suonare io e tua mamma in uno di quei bar pseudoalternativi dell’epoca. Fine, dice zia Julie ricomponendosi e versandosi un altro goccio di vino.
– Oh, non direi finito, si intromette la mamma mentre porta in tavola la cena, “Mi ricordo ancora i lividi provocati dalle tue gomitate sul mio povero fianco sinistro” Chi è? Chi è? Fa’ una fotooooooo!!! continuava a urlare la buona zia Julie”.

– Ti piaceva Martìn?.
Il “No!!!” di zia Julie e il “Sì invece!!!” della mamma risuonano in contemporanea.
– Beh…?.
– Diciamo che mi attirava e che ho continuato a parlare di lui per parecchio tempo”, concede zia Julie con un ghigno rivolto alla mamma. “Ma la foto l’ha fatta Ale, mica io!”.

– E certo, continuava a dire che si vergognava a farsi vedere mentre lo fotografava, così pur di farla stare zitta mi sono alzata e rapidamente ho scattato la foto, che infatti è sfocata, con quella vecchiiiiiiissima macchina che avevo, te la ricordi?, sorride mia mamma, già persa indietro nel tempo.
– Bella quella macchina! E poi mi hai regalato un duplicato della foto incorniciato la settimana dopo, perché era il mio compleanno. Nina, hai in mano addirittura l’originale!, continua zia Julie allegra.
– Ma poi l’avete rivisto?, intervengo io prima che si perdano a parlare di cose che io ignoro.
– No, o almeno, io non ne so nulla, risponde rapida la mamma ritornando al suo piatto.
– Ho cercato per un po’ sue notizie, ma poi l’ho perso di vista, dice in tono piatto zia Julie, ma mi fa l’occhiolino attenta a non farsi vedere dalla mamma, segno che c’è ancora qualcosa che mi deve dire.
Quando finiamo di cenare zia Julie mi chiede se posso accompagnarla in cantina a prendere il gelato. Ecco il segnale, devo seguirla per sapere qualcosa di più sulla foto!
Lungo le scale mi dice: “Tieni la foto, io ho ancora quella che mi ha regalato Ale nel ’76. E me la tengo stretta”.

Non pensavo avesse così importanza quella foto. “Cosa vuol dire che te la tieni stretta?”, le chiedo.

– Diciamo che l’ho tenuta per tutti questi anni e che ci tengo molto, anche se tua mamma non lo sa. Che onore, so qualcosa di zia Julie che la mamma ignora!!
– Come mai è così importante? E poi io non l’ho mai vista a casa tua!, le dico io stupita.
– Eh… è nella stanza segreta!, risponde lei ammiccante.
– L’officina delle creazioni?!. Zia Julie annuisce sorridendo. Questa è un’altra stranezza di zia Julie: lei lavora in banca, ma ha sempre voluto fare la scrittrice. Non ho mai letto nessuno dei suoi racconti, ma mamma dice che sono come lei: esagerati. Per scrivere si rinchiude in quella che chiama l'”officina delle creazioni”, una stanza in cui nessuno -neanche la mamma- può entrare. Ha promesso che l’aprirà al grande pubblico quando troverà il vero amore (dunque non la vedrò mai).

– Perché la tieni là?, le chiedo sempre più stupita.
РPerch̩ per scrivere devi essere in grado di sognare, risponde lei, questa volta seria.
– E tu non sogni più?.
– Solo a volte.
– E Martìn d’Orleans cosa c’entra con questa storia? Iiiiiih!!! Sei ancora cotta di lui!!!”. Oddio, ecco perché non ha mai trovato nessuno, aspetta Martìn!
Zia Julie ride: “Ma no, stupida! Figurati se sono così rimbambita!”. Che delusione, mi sembrava una storia così romantica! Ma forse è perché ho sedici anni…
– E allora perché tieni la foto?, ricomincio io tornando all’argomento principale.
– Perché Martìn d’Orleans in quella notte stellata del ’76 sognava e quando non riesco a sognare io lascio che sia lui a sognare per me. Non so che fine abbia fatto, non so se abbia sfondato con la musica o se sia il tecnico che non mi mette a posto le bombole, non è importante. Bisogna concentrarsi solo su quella foto e quella sera, te l’assicuro, Martìn d’Orleans credeva ancora che tutti i suoi desideri potessero diventare realtà. E sognava”.


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