Numero 26

Anche da Enzo, al lavoro, erano pochi i sistemi di climatizzazione ancora in attività. La manutenzione era scarsa e gli apparecchi, abbandonati al loro destino, dopo qualche anno cessavano di funzionare, con le richieste di riparazione che cadevano nel vuoto. Quell’estate poi, dato il superlavoro, c’era stata una moria peggiore degli altri anni e il condizionatore della stanza di Enzo era uno dei pochi che ancora sopravviveva. Per questo motivo, i colleghi delle stanze vicine avevano preso a entrare in continuazione con le scuse più strane e a attardarsi a chiacchierare, cercando un momento di refrigerio. Enzo e gli altri colleghi della stanza si guardavano, ma non protestavano. Un tipo bassetto, in particolare, con pochi capelli ravviati all’indietro e un grosso naso perennemente lucido, aspettava in corridoio il loro l’arrivo, poi entrava, si sedeva in un angolo su una minuscola sedia pieghevole che si era portata da casa, con il portatile sulle ginocchia e lavorava lì, cercando di farsi ancora più piccolo, guardandosi intorno con l’aria che hanno a volte i cani quando hanno compiuto una marachella e temono di essere sgridati. Ogni tanto chiedeva ai legittimi occupanti se volevano un caffè, una bottiglietta d’acqua minerale, un succo di frutta alla macchinetta, poi riprendeva a lavorare. Quel giorno, arrivato con leggero ritardo, Enzo trovò una piccola folla fuori della sua stanza. L’uomo con la seggiola era in prima posizione, ma diverse altre persone, sventolandosi con pratiche inevase, aspettavano con lui che la stanza fosse aperta. Vedendolo arrivare, il gruppo lo salutò festosamente ed Enzo pensò che non era mai stato così popolare tra i colleghi. Si scostarono per lasciarlo entrare, poi si accalcarono sulla porta, in attesa, silenziosi. Enzo aprì la finestra per cambiare l’aria, accese il computer, e si mise a tirar fuori i documenti dalla borsa. Un mugolio insofferente si diffuse tra i suoi colleghi, finché Enzo, impietosito, si avvicinò all’interruttore e accese il condizionatore. Un rumore lieve si diffuse per la stanza, mentre le persone, sollevate, cominciavano ad entrare, riprendendo a parlare del più e del meno. Poi, all’improvviso, il rumore si interruppe. Tutti immediatamente registrarono quel silenzio e tacquero, preoccupati. Enzo si avvicinò all’apparecchio. La spia era accesa e le alette erano aperte, ma alzando la mano non si avvertiva nessun flusso di aria fresca uscirne. Provò ad azionare il telecomando, senza risultato. Lo spense, aspettò qualche minuto, come gli era stato consigliato, poi, sotto lo sguardo ansioso degli astanti, lo riaccese. Niente. La piccola folla, desolata, cominciò a defluire dalla stanza. L’ultimo fu l’uomo con la sedia pieghevole.

– Magari fra un po’ ci riprovo, – gli disse Enzo. L’uomo assentì, ma si vedeva che non aveva grandi speranze.

Entrato in casa, di ritorno dal lavoro, Enzo si fermò sulla porta. Dall’ingresso, vedeva sua moglie Carla, sdraiata sul divano in soggiorno, guardare la televisione, sotto il flusso d’aria costante del ventilatore. Aveva indosso una maglietta con le bretelline e un paio di calzoncini corti e aveva i piedi appoggiati sulla spalliera. Sostò un attimo ad ammirare le sue gambe, ancora molto belle e soprattutto i piedi, particolarmente affusolati ed eleganti. Enzo si chiese da quanto tempo non glielo diceva. C’era stata un’epoca in cui quella vista gli avrebbe suggerito modi piacevoli per iniziare la serata, ma quei tempi erano lontani. D’altra parte, non un movimento aveva segnalato che Carla avesse recepito il suo ingresso. Richiuse con forza la porta, ma neanche quel rumore alterò l’immobilità della donna. Si avvicinò incuriosito per vedere quale trasmissione stesse tanto interessando la moglie. Era un documentario sugli orsi polari.

– Ciao.
– Ciao. Non ho cucinato niente, fa troppo caldo.
– Non ti preoccupare, scongelo una pizza, ne vuoi anche tu?
– No, ho già mangiato.

               Enzo pensò che sua moglie era ancora arrabbiata per via del condizionatore, che lui si ostinava a non voler installare. C’erano poche cose su cui si era impuntato, nel corso della loro vita matrimoniale, ma il condizionatore no, non poteva arrendersi a quell’idea. Avevano vissuto tutta la vita senza ed erano riusciti a sopravvivere, cosa era cambiato? Pensava che quello fosse uno dei tanti bisogni indotti dal mercato e non voleva cedere. Si parlava di risparmio energetico, di uno stile di vita meno dispendioso, ma se poi si capitolava sull’aria condizionata, diventavano chiacchiere senza senso. Carla, per ripicca, monopolizzava il ventilatore, puntandolo fisso su di sé, negando al marito il sollievo seppure temporaneo delle pali oscillanti. Uno degli argomenti principali della moglie, a cui Enzo non sapeva come ribattere, era che lui in ufficio ce l’aveva, l’aria condizionata, mentre lei, che lavorava a casa – gestiva un sito on-line di vendita di marmellate – era condannata all’afa. Ora, con la nuova situazione creatasi in ufficio, perdendo la sua condizione privilegiata, forse avrebbe potuto ottenere almeno di condividere il ventilatore, ma in quel momento non se la sentiva di affrontare una nuova discussione e rinunciò.

In cucina, mentre riscaldava la pizza, si affacciò al balcone. Nei vari appartamenti che guardavano sul cortile, la maggior parte delle finestre erano spalancate. Il caldo, lo aveva notato già da tempo, aveva fatto quasi svanire il senso del pudore. Donne e uomini giravano tranquillamente per le case in abiti assai succinti e attività che in genere richiedevano imposte accostate avvenivano ora di fronte alle finestre aperte, senza alcun imbarazzo. Era ormai abituale, affacciandosi sul cortile la mattina, vedere gli uomini farsi la barba o le donne truccarsi davanti allo specchio. Aveva un paio di volte incrociato lo sguardo della dirimpettaia che apriva la finestra del bagno dopo essersi fatta la doccia, con indosso solo un asciugamano avvolto intorno al corpo che le lasciava spalle e gambe nude. Quando si erano guardati, Enzo non aveva letto un’espressione di vergogna nel suo viso, ma solo un senso di rassegnato fastidio. Nell’appartamento di sotto, una coppia era distesa sul letto, l’uomo in mutande, la donna con una corta camiciola leggera che scopriva gli slip. Leggevano, praticamente svestiti, incuranti dei possibili sguardi dei vicini. Enzo pensò che non avrebbe saputo ostentare quella noncuranza e si rallegrò di abitare all’ultimo piano, invisibile ai vicini, anche se l’appartamento, subito sotto al lastrico solare, si infuocava nel corso della giornata. La coppia aveva spento la luce, ma il chiarore del lampione continuava ad illuminarli con chiarezza. Quando vide l’uomo chinarsi sulla donna e metterle una mano sul seno, si affrettò ad allontanarsi dalla finestra.

In soggiorno, Carla stava spegnendo il televisore.

– Vado sul letto a leggere.

E si avviò con dietro il ventilatore. Gli aveva attaccato una prolunga che girava per tutta casa per trascinarselo dietro senza spegnerlo. Quando Enzo le aveva fatto notare che rischiava di rigare il parquet, lei gli aveva lanciato uno sguardo come dire: “Ma di cosa stai parlando?”. Vedendola muoversi con quella specie di protesi, a Enzo venivano in mente quei pazienti che in ospedale girano portandosi dietro l’asta della flebo. Aveva l’impressione che il caldo agisse come una malattia su sua moglie e per un attimo si chiese se negargli il condizionatore non lo rendesse simile a un medico che rifiuta l’intervento che salverebbe il paziente.

“Che sciocchezza”, disse tra sé e sé.

Si affacciò in camera da letto.

– Esco a fare due passi.

Il flusso d’aria faceva ondeggiare lievemente i capelli di Carla.

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