Numero 24

Uno spocchioso racconto

Andrea Borgognoni

 

h
“Haight & Ashbury” dalla serie “On The Road” di Bartolomeo Pampaloni

Il sangue scendeva lungo le nocche e poi cadeva a terra, nero, scuro, come la notte. Ero sbronzo e lo sapevo. Diedi un altro pugno al muro. Uno di quei vecchi muri di sassi e calcestruzzo, poi iniziai a piangere, mi inginocchiai. “Cosa diavolo fai ragazzo?” sentii una voce dietro di me. “Ragazzo mi senti?!” Ragazzo, pensai, vado per i ventuno e mi chiama ragazzo. Forse lo ero, ma non mi sentivo tale. Mi picchiettò sulla spalla, fui sul punto di colpirlo con un destro, ma voltandomi vidi le sue rughe, i due cespugli bianchi sopra gli occhi spenti, quei radi capelli e quel cappello lacerato di un blu sbiadito da marinaio. Per evitare l’impatto con il suo zigomo, cercai di virare il pugno, e cosi facendo finii di nuovo a terra. Sembravo più ubriaco di quello che ero. una grossa risata fece eco tra i vicoli. “Coraggio alzati, vieni…ti aiuto” “Ci riesco, stia fermo” mi appoggiai al muro e provai ad alzarmi. “Andiamo ti offro un bicchiere al bar qui all’angolo”. Facevo fatica a seguirlo, era arzillo per la sua età e molto sveglio. Si sedette nell’angolo più buio del locale, su un vecchio tavolino di noce, con al centro una candela. la fiammella lottava contro le cascate di cera ormai solide che la sovrastavano. Rimasi a guardarla forse per alcuni minuti forse più. La mia mente vagava, il fuoco, il sole, la luna, l’universo, la vita, la morte, non eravamo altro che polvere, misera polvere. Sentivo parlare in sottofondo, dovevano credere che fossi matto. “Era in ginocchio… no, no, qua fuori… ordinate?… Non… Cristo Santo…” Mi sentivo leggero, vidi la fiamma sempre più vicina, poi due braccia mi afferrarono. “Voglio andare all’inferno” urlai “non salvatemi” mi dimenavo scalciavo e mordevo. “Ragazzo calmati sei tra noi, sono io”. Mi rilassai. Cazzo, ero stato così vicino all’inferno. Beh, sarà per la prossima volta, pensai. Mi lasciai cadere sulla sedia e socchiusi gli occhi. Poco dopo vidi davanti a me una birra scura traboccante, ne bevvi un sorso. In quell’istante mi sembrò di aver raggiunto l’orgasmo, la pace dei sensi. “Ragazzo!” mi scosse. “Ragazzo! Non addormentarti! Ti pago da bere e tu dormi!?” Rimasi in silenzio. “Che fai nella vita?” “Ordina un’altra birra poi ne riparliamo.” L’altra birra arrivò, poi un’altra e un’altra ancora. Vedevo delle ombre offuscate davanti a me, sentivo rimbombanti rumori, le palpebre mi calavano, poi tornavano su, come un dondolo, su e giù, su e giù, su e…

“Bentornato tra noi figliolo” sentii questa voce familiare, cercai di guardare da dove provenisse, ma un fascio di luce solare mi accecava. Poi lo vidi, era il vecchio della sera prima, quello delle birre. “Ahm..eh..” avevo un mal di gola atroce, la bocca impastata del dopo sbornia. “Che ci faccio qui?” “Sei svenuto ieri notte, ho preferito portarti qui, e poi non sapevo neanche dove abitassi” “Si beh la ringrazio, ma ora devo andare” feci per scendere dal letto, ma un urto di vomito mi colse di sorpresa. Vomitai. “Cazzo..mi dispiace… Io…” “Tranquillo, avresti dovuto vedere ieri notte” strozzò una risatina poi tirò una lunga boccata dalla pipa. “Hai riempito tutte le bacinelle che avevo in casa” e scoppiò in una grassa risata con vampate di fumo azzurro che uscivano dalle narici. “Beh senta mi dispiace, ma ora devo proprio andare” scesi dal letto, e mi diressi verso l’unica possibile uscita della stanza. “Ragazzo! Un ultima cosa…” Si fermò, poi riprese “ti serve un lavoro?” Cazzo se mi serviva, rimasi in silenzio, pensavo. “Di che si tratta?” “Ho un amico giù al porto, potrebbe prenderti come scaricatore. Tieni.” Mi tese un foglietto giallognolo, stropicciato. “Domani mattina vedi di essere a questo indirizzo, alle 8 precise.” “Grazie mille, non so come ringraziarla”. “Beh, naturalmente, offrendomi qualche birra al bar giù al molo in caso ti assumano” disse in tono ironico. “Ci conti e a presto.” Uscii dalla porta, ma mi trovai  in cucina. Sul tavolo c’erano alcune birre lasciate a metà, ne presi una, con pezzi di pane raffermo e una ciotola con delle croste scure sul fondo. Attraversai la cucina e uscii. O meglio volevo uscire, ma mi ritrovai in bagno, un odore nauseabondo mi assalì, le bacinelle ricolme erano ancora lì, vicino alla latrina. Uscii, mi diressi verso l’altra porta, era quella giusta. Scesi la rampa di scale a due a due, dovevo essere al quarto o quinto piano, sembravano interminabili. Aprii il portone, ero fuori. Finalmente. Rimaneva solo da capire dove mi trovavo. L’odore di pesce lercio, mi confermò di essere in prossimità del molo, ma in una città portuale questo odore accompagna gran parte della tua giornata. Ero circondato da un complesso di palazzi fatiscenti, proprio come nella zona dove abitavo io. I muri scrostati, le finestre ormai ridotte a brandelli dalle tarme e dall’aria salmastra, facevano credere che fossero disabitate, ma poi le vedevi. Quelle facce smunte, sudicie che ti fissavano, attraverso la fessura tra uno scuro e l’altro, ti osservavano, erano le telecamere della città, a loro non sfuggiva niente. Con l’abitudine avevo imparato a non curarmi di loro, presi la prima via, che faceva angolo con il palazzo, e iniziai a correre. Non so dove volevo andare, non avevo nulla, o poco più. Una specie di topaia che dividevo con ragazzi che cambiavano continuamente, quattro soldi che racimolavo da lavoretti non del tutto legali e una ragazza, se così si può chiamare, che faceva la barista e la prostituta. Decisi infatti di andare al bar da lei, il sole stava tramontando proprio adesso, il suo riverbero rosso sulla linea dell’orizzonte che si confondeva con quella dell’oceano. Dopo una ventina di minuti arrivai giù al porto. Non era difficile ritrovarsi in quella città, per arrivare al porto bastava andare verso il basso, tutte le strade convogliavano come un imbuto verso l’enorme massa d’acqua. Il bar era proprio li, in una vicolo cieco senza neanche una luce, solo un insegna a led sopra l’entrata, OAK 1895, con la K che si illuminava a intermittenza, con quel fastidioso rumore tipico dei led, “zzzh, zzzh”, che mi dava sui nervi. Entrai. Una folla di gente era assiepata attorno al bancone, altri erano ai tavoli, altri erano appartati con delle prostitute negli angoli più scuri del locale. Quando lei mi vide, gettò lo straccio, sul lavandino e chiamò qualcuno dalla cucina per farsi sostituire. Venne verso di me, mi prese la mano e mi condusse in cima alle scale. Porte a destra a sinistra dalle quali provenivano singhiozzi, mugolii, urla di passione e pianti. Arrivammo in fondo al corridoio fino alla scaletta a pioli che saliva in verticale fino al soffitto di legno. Lei iniziò a salire, la seguii. Aprì la botola, una fresca brezza mi investì, e poi fummo fuori. Intorno a noi le montagne, poi lo sconfinato oceano, le piccole luci della città, la luna. Lo conoscevo bene quel panorama, ma ogni volta era sempre come fosse la prima. “Ehi, penso di aver trovato un lavoro.. Uno serio” “Oh davvero amore?! Sono molto felice”. Era ormai da un anno che ci frequentavamo e ancora dovevo capire se fingeva o no, dopotutto io ero l’unico “cliente” che non pagava per godere della sua presenza, anche se restava pur sempre una sgualdrina. “Si, un vecchio lupo di mare, mi ha detto di recarmi domattina da un tale” “Beh, dobbiamo festeggiare tesoro, vado a prendere delle birre.” Ridiscese la scala a pioli e scomparve. Ogni volta che mi trovavo da solo, nel buio della notte, i miei demoni cominciavano ad animarsi. Iniziavo a chiedermi che senso avesse lavorare, perdere la libertà, sprecare una vita, che senso avesse rendersi uguali alla massa, sposandosi, facendo figli, acquistando un’auto di lusso o vestiti firmati. Poi però i miei pensieri viravano sulla dama in nero. Lei che comandava questo mondo di pazzi. Era la cosa che mi dava più tormento in assoluto. Il pensiero fisso. Non riuscivo a togliermela dalla testa. Mi chiedevo come si potesse vivere sapendo che da un secondo all’altro saremmo potuti sparire e nulla avrebbe più avuto senso, né ciò che avevamo né ciò che avremmo dovuto fare. Nulla. Le paure, gli amori, i gelati, le strade sterrate o i serpenti, nulla. Nulla di nulla. Quindi non capivo perché ci fasciavamo la testa fintanto che eravamo in vita. Che branco di scemi eravamo. “Eccomi”, mi destò dai miei pensieri. Lasciò le birre per terra e mi si gettò al collo. “Affettuosa per essere una puttana” pensai. Mi baciò sul collo, io stetti fermo, presi una lattina, e la finii in due sorsi. Lei non beveva molto, le portava praticamente per me. Sentivo il calore che emanava, mi voleva, mi desiderava. Ma quella sera ero distratto, pensavo ad altro, lei se ne accorse e non fece altro che venire a sedersi tra le mie gambe appoggiando la testa sul mio petto. “Mi prometti che non mi abbandonerai?” “Mai. Te l’ho promesso.” Non avevo nemmeno prestato attenzione alle sue parole, ma dopotutto ero dell’idea che si dovesse mentire alle persone, cioè dare loro ciò di cui hanno bisogno, ciò che vogliono sentire. Si dimenticheranno anche troppo in fretta ciò che gli è stato detto. Bevvi un altro paio di birre  dandole ogni tanto dei piccoli baci sui capelli, che profumavano di lavanda, poi chiusi gli occhi.

Quando mi svegliai, era ancora distesa su di me, il sole risplendeva offuscato da qualche nuvola, sapevo che ormai le 8 erano passate, ma decisi lo stesso di recarmi al porto per il nuovo lavoro. La svegliai con un bacio, lei aprì gli occhi. “Tesoro, ci vediamo dopo, vado a vedere per il nuovo lavoro” “Non vuoi fare colazione con me?” mi chiese. “La farò al mio ritorno”. Si scostò da me. Scesi la scala a pioli e mi diressi giù per le vie del paese. Dovetti chiedere un paio di volte per trovare quella giusta. « Bene la via è questa” pensai “40, 42…44” Mi fermai. Sulla porta c’era appeso un cartello, tutto sporco, sul quale si intravedeva: “AFFITTASI”. “Muori figlio d’un cane” pensai, mi voltai, estrassi una sigaretta e l’accesi.


freccia sinistrahome-page-off